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Contro la musica nel template

sabato, 12 aprile 2008









E’ penombra. Di quella penombra di una città in autunno, quando ancora non fa freddo, ma si sa che lo farà, che non è ancora buio, ma si indovina che fa poco lo sarà.



Un bar, un dehor; al tavolino una donna vestita di rosso; con l’aria di chi è un complemento di arredo del locale.



Ha una gamba accavallata, con il braccio destro poggiato sul tavolino si regge svogliatamente il mento, dalla mano sinistra pencola una sigaretta spenta.



Ad un tratto, con leggerezza, si alza, con decisione va da un uomo a due, tre tavolini di distanza, che uno si chiede perché proprio lui, in mezzo a tutti.



Lo squadra per un secondo e gli domanda:



Hai da accendere?



Lui goffamente tira fuori dalla tasca interna della giacca un pacchetto di cerini. Con mano insicura ne accende una. La donna si china verso di lui che le avvicina le mani a coppa.



La fiammella si spegna sul volto di lei.



Un colpo di vento.



La donna, delusa, chiede:




Scusa, ne hai un altro?



Ora la donna ride sommessa, si invita a sedere; lui non dice di no.




 L’uomo e la donna iniziano a parlare. Di tanto in tanto, levano gli sguardi alle tante finestre dei palazzoni di fronte, paiono occhi spenti che dormono; pare che attendano, i palazzi, l’uomo e la donna; che tutto sia in attesa.



Un altro colpo di vento. La donna si stringe le spalle e si lagna distrattamente, l’uomo allora la spinge un poco verso il muro, e il vento torna ad essere poco più di un soffio, giusto un alito freddo.



Anche l’uomo si accende una sigaretta.



La donna stretta ancora nel suo brivido personale, racconta:




Avevo una sciarpa, grande, a colori. Di quelle che se le apri tutte ti avvolgono e scaldano come una stufa. Sai, veniva da Rio. Immagina, quanta strada deve aver fatto. Una cosa così piccola, ha viaggiato più di me. Ha visto l’oceano, lei, su un transatlantico che inondava di luce la notte, si è riempita di chissà quali venti, chissà quante mani l’hanno toccata, quanti corpi ha scaldato, prima di perdersi.




La donna guarda l’uomo con un mezzo sorriso, giusto una piega, anche lo sguardo pare a metà, gli sussurra verso l’orecchio:







Sai sono contenta di averla perduta, perché ti ho incontrato…



Me l’aveva regalata un marinaio. Viaggiava sui vapori, puliva le macchine. È da tanto che non le vedo però. Non so che fine abbia fatto.



Ma che importa, lui era sempre sporco… tu sei decisamente più bello…




Se sali con me, te ne mostro il ritratto;






la donna alza lo sguardo ad uno dei palazzoni di fronte. Un cenno col viso:



La finestra là in alto è la nostra.



Lei spegne la sigaretta lentamente, getta il mozzicone ai piedi di lui.



Silenzio.



Guardano entrambi al cielo. Alle stelle, alle finestre, che si confondono per un attimo.



Ora sull’asfalto, vicini, ci son due mozziconi.



L’uomo e la donna attraversano veloci l’asfalto, a braccetto, giocando a scaldarsi.



L’ultima cosa che si indovina di loro, sull’eco delle loro risate che paiono stanche, è l’entrare in una piccola stanza, il rumore di una luce che si spegne.








(liberamente tratto da alcuni brani di C. Pavese)







(i quadri sono : Bistrot, di J. Machado; Uomo allo specchio, di J. Vettriano; Finestre di notte, di E. Hopper)
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 13:36 | link |in line commenti (7) pop up commenti (7)
categorie: teatro, pensieri di carta
lunedì, 07 aprile 2008

di madre in figlia. (la signora ha sgravato)





"Anni sessanta; anni novanta.

Quattro donne ogni giovedì si ritagliano uno spazio e un breve tempo per giocare a carte, parlare, raccontando e raccontandosi, anche a loro stesse, la loro vita, il loro modo di essere madri, amanti, casalinghe o lavoratrici.

e nel racconto indiretto di sè, costruire la loro femminilità.

Si fa in fretta a dire: raccontano il loro modo di essere donne; come se esistesse, un modo di esserlo.

nella stanza accanto, le figlie giocano; e già in loro si intravede quello che sono e che saranno forse.

trent'anni dopo altre quattro donne si trovano in quella stessa casa, raccontandosi e costruendosi con quei racconti, cercando risposte a domande che erano state formulate anni prima.

donne che sono le figlie di quelle altre, una nuova generazione, abitano una femminilità differente, eppure in controluce, si intuiscono le stesse dinamiche che hanno mosso le madri se non addirittura, le nonne.

otto donne, otto piccoli universi.

madri che contengono le loro figlie e figlie che non possono discostarsi da questo contenitore, e finiscono per contenerlo a loro volta.

donne diametralmente opposte, eppure così tristemente uguali".






Casta Diva, che inargenti

queste sacre antiche piante,

a noi volgi il bel sembiante

senza nube e senza vel...




all'inargenti il sipario si apre piano, le luci sul palco si alzano e a te passa il sonno, passa il freddo, passa qualunque cosa.

dopo è tutta una cosa che non ti aspettavi.

l'applauso, i complimenti.

e per una volta, anche se ti senti sempre da una parte diversa

senti che non è la parte completamente sbagliata.



pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 21:39 | link |in line commenti (14) pop up commenti (14)
categorie: teatro
sabato, 16 febbraio 2008

L'amore non cantarlo, ché si canta da se'

L'amore non cantarlo, ché si canta da se'

Più lo si invoca, meno ce n'è



Amarti m'affatica mi svuota dentro

Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto

Amarti m'affatica mi da' malinconia

Che vuoi farci è la vita

E' la vita, la mia

Amami ancora fallo dolcemente

Un anno un mese un'ora perdutamente

Amarti mi consola le notti bianche

Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti

Amarti mi consola mi da' allegria

Che vuoi farci è la vita

E' la vita, la mia

Amami ancora fallo dolcemente

Un anno un mese un'ora perdutamente

Amami ancora fallo dolcemente

Solo per un'ora perdutamente



L'amore non lo canto, è un canto di per se'

Più lo si invoca, meno ce n'è

L'amore non lo canto, è un canto di per se'



da : Montesole, PGR  e Amandoti, CCCP poi Amami ancora, Gianna Nannini



Ginevra Di Marco, live al Diavolo Rosso in Asti. 15 febbraio 2007
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 21:15 | link |in line commenti (28) pop up commenti (28)
categorie: teatro, pensieri di carta
domenica, 10 febbraio 2008

Manon Lescaut

ATTO TERZO

L'Havre

Piazzale presso il porto



Nel fondo, il porto; a sinistra l'angolo d'una caserma.   Nel lato di faccia al pianterreno,  una finestra con grossa ferriata sporgente. Nella facciata verso la piazza il portone chiuso, innanzi al quale passeggia una sentinella.

Il mare occupa tutto il fondo della scena.   Si vede la metà di una nave da guerra.   A destra, una casa,  poi  un viottolo;  all' angolo  un fanale ad olio  che  rischiara debolmente.   E l' ultima ora della notte;  il cielo si andrà gradatamente rischiarando.




[rullo  di tamburi:  s' apre  il portone della caserma,  esce il Sergente con un picchetto di soldati, in mezzo al quale stanno parecchie donne incatenate:  i soldati e le donne si arrestano avanti il portone:  il Sergente s'avanza verso la folla, ordinandole di retrocedere.



Sergente.       Il passo m'aprite.

[dalla  nave  scende  il Commandante:  lo segue  un drapello  di soldati di marina, il quale si schiera a destra. Sulla nave si schierano i marinai.



Commandante. (al Sergente)

        E pronta la nave. L'appello affrettate!                         



Borghesi, Uomini e Donne del Popolo.

        Silenzio! L'appello cominciano già.

[la folla si è ritirata e guarda sfilare le cortigiane.



Il Sergente.

[con  un  foglio  in  mano  fa l'appello:  le  donne,  mano mano   che  sono   chiamate, passano in diversi atteggiamenti  da  sinistra a destra presso   al   drapello   dei  marinai:    il   Comandante nota su di un libro.



Rosetta!         [passa sfrontamente

Madelon!        [indifferente,   va  al  posto ridendo.

Manon!           [passa lentamente cogli occhi a terra.                           

Ninetta!          [altera fissando la folla.

Caton!            [con fare imponente.

Regina!          [passa pavoneggiandosi.

Claretta!         [va al suo posto frettolosa. 

Violetta!     [traversa  la piazza  con modo procace     Altri.  Ah questa vorrei!

si avvicina al comandante delle guardie con fare

provocante, toccandogli il volto con una carezza;

il comandante la avvinghia e lei si divincola sputandogli addosso

e si va ad unire alle altre prigioniere a terra


Nerina!           [elegante.

Elisa!              [se ne va tranquillamente.  

Ninon!            [si copre il volto colle mani.

Giorgetta!      [civettuola. 
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 22:30 | link |in line commenti (1) pop up commenti (1)
categorie: teatro, pensieri di carta
venerdì, 08 febbraio 2008

Miserabili.

Io e Margaret Thatcher




io avrei voluto dirglielo, mentre lo avevo lì.

lì davanti.

cioè, dai.

ma come si fa.

è facile dirsi : l'ho visto in televisione, e adesso gli stringo la mano.

naaa.

è troppo il gap.

troppo corto, per dire.

che ok, lo spettacolo, il passaggio è tv -palco - e-  camerino.

però è troppo lo stesso.

e io avrei voluto dirglielo.

che è colpa sua per esempio se ad un certo punto ho capito che a me non piaceva solo recitare, ma che io amavo, recitare.

che è colpa sua se io domani ho l'urgenza di raccontare una storia e l'imbarazzo di sapere che non so, non posso, ma perchè, quasi quasi resto a casa.

volevo dirglielo per esempio, che a me la parlata sua mi fa sempre un pò male.

e quanto ho pianto, vedendo un suo dvd.

ho pianto per quanto era bravo, e per quell'abbraccio che sapevo che si sarebbe sciolto e quel divano che non era il mio posto, e io piangevo e lui raccontava il milione, e io piangevo.

(ma questo è un altro viaggio).

volevo dirgli di quel buio che ogni tanto scendeva in sala, con le luci di taglio.; ma non un buio; io non lo so spiegare. era un buio buio buio, tutto maiuscolo, BUIO, nero e profondo, le pupille rapite dai coni di luce, e la vertigine. la vertigine dell'emozione che sale dalla pancia, tirata fuori da quella voce.

volevo dirgli quanto mi era piaciuto, anche, e solamente.

e quanto erano bravi i mercanti di liquore... che erano lì, avevo le voci nelle orecchie ma non era l'ipod, erano carne e vestiti e cappelli.



e poi me lo sono trovata lì, davanti.



gli ho alungato il biglietto, un matita.

(che si sa mai, se fra trent'anni mi venisse l'Halzeimer, almeno ho una prova tangibile che qualcuno può sottopormi per ricordarmi di esserci stata)

mi ha scritto MARCO PAOLINI

mi ha restituito il biglietto

mi ha restituito la matita

gli ho stretto la mano.

e gli ho detto solo

grazie, grazie davvero.



ma come si fa a spiegare alle persone quanto rappresentano per te?

alla fine è già tanto se riesci a spiegarlo a te stesso, in un momento.

in quel momento.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 00:56 | link |in line commenti (16) pop up commenti (16)
categorie: teatro
mercoledì, 06 febbraio 2008

di teatro ed altri vizi.

L’ALTRA


E abbiamo brindato al futuro.

Se potessimo vedere la vita che stiamo per scegliere e quella a cui  rinunciamo, come due film nelle sale di uno stesso cinema.


Ma non è possibile.



Dieci anni fa insegnavo lettere qui, nel liceo classico della mia città, lo stesso dove avevo studiato.Mi sembrava bellissimo: ero lì per insegnare perché avevo imparato. Era un’occasione per rimediare agli errori dei miei, di insegnanti. Già questo mi faceva felice, e poi come se non bastasse, ho incontrato Michele.

Insegnava storia e filosofia, era timido. Poi un giorno, durante l’intervallo, l’ho visto mentre scendeva le scale che portano alla palestra, con l’aria di chi sta facendo una cosa proibita.

L’ho seguito: Si è tolto la giacca, ha preso il pallone da pallacanestro e ha cominciato a fare dei tiri liberi

E li metteva dentro. …Tutti. Da solo…concentrato…come se avesse una seconda vita segreta, un talento da tenere ben nascosto.

Ho chiuso la porta della palestra, e mi sono innamorata….Così.

Due anni dopo, era tutto perfetto: gli studenti mi adoravano, il preside mi stimava, e alla fine dell’anno scolastico avrei sposato Michele. Volevamo due figli, prima ovviamente un maschio e poi una femmina, avevamo già deciso il nome del primogenito: Ludovico, lui ci teneva molto.

Eravamo a… maggio, si, le lezioni stavano finendo. L’aula era vuota e sulla lavagna era rimasta una frase di Manzoni: con l’agile speme precorre l’evento

con l’agile

speme

precorre

l’evento!

Ecco, a me in quel momento, è passata davanti agli occhi tutta la vita che mi aspettava, le stesse lezioni, anno, dopo anno, dopo anno. Insegnare, mi pareva sempre meno divertente. Anche peggio: cominciavo a capire i miei insegnati.

E Michele, io lo aspettavo ogni giorno all’intervallo, giù in palestra, ma non scendeva più.

Mi rimaneva un professore di storia, il padre di Ludovico e di una bambina senza nome, che un giorno avremmo iscritto il quel liceo dove io sarei stata l’insegnante anziana, forse, la preside.

Tutto qui? … Tutto così scontato?.. così..previsto?

Decisi di sparire da tutto… così

Sono uscita da scuola e ho preso un treno per Parigi, dove viveva una mia amica.

All’inizio ho fatto un po’ di tutto: traduzioni, adattamenti…Poi ho incontrato Thomas e quando lui me lo domandato, ci siamo trasferiti a Francoforte, ma io ho continuato a scrivere, mi piaceva. Scrivevo racconti. Li avevo anche mandati in giro per concorsi, a case editrici… ma figuriamoci, non mi ha mai risposto nessuno. Poi un giorno mi è arrivata una telefonata da Bilbao, dove mi dicevano che avevo vinto un concorso, un premio, anche dei soldi! E che dovevo andare a ritirarlo.

Ci abito ancora, a Bilbao.

Si, perché poi, mi han chiesto di scrivere un romanzo, l’ho scritto, l’hanno pubblicato e ha avuto …si, successo. Mi hanno anche invitato in giro a presentarlo, da tutte le parti… ma non ci sono mai voluta andare.

Finchè, non mi è arrivato un invito, dal mio vecchio liceo, scritto a mano dallo stesso preside di allora.

Dieci anni dopo sono tornata.

C’erano tutti riuniti in palestra, gli studenti, i professori, mi aspettavano come se fossi una celebrità. Avrò parlato per un’ora, ho risposto alle domande dei ragazzi: erano carini, molto curiosi, era divertente parlare con loro. Mi è venuta anche un filo di nostalgia.

Poi, mentre stavo per finire di firmare le copie del libro, si è avvicinata una professoressa e mi ha detto: “Sa, io sono quella che ha preso il suo posto quando se ne è andata”. Era carina, più di me direi, bionda, con una frangetta e… una pancia da … sesto mese. “Fra un po’ anche lei avrà bisogno della supplente”, le ho detto. “È il secondo, la seconda anzi, perché ho già un maschio”.

A quel punto, è arrivato un ragazzetto di, sette-otto anni, tutto serio, alto alto, già quasi come la madre.

Più lo guardavo, e più capivo a chi somigliava.

Michele non era venuto. Immagino non le avesse mai parlato di me. O forse si, ma lei faceva finta di no. Ma non importava, era tutto così…così perfetto! Dieci anni dopo, la vita che non avevo voluto era lì, davanti a me. Non l’avevo mai rimpianta prima, ma ora, ora avevo voglia di chiederle come pensava di chiamare la bambina, se le avevano trovato un nome, almeno stavolta. Ma non mi uscivano le parole.

Ludovico si è allontanato per andarci a prendere qualcosa da bere…Dio mio…ma guarda.. cammina proprio uguale a… E siamo rimaste da sole. Ci siamo guardate, e ho capito che anche lei avrebbe voluto chiedermi qualche cosa, perché mi guardava… come si guardano personaggi avventurosi, dalla vita che abbiamo solamente sognata… ma non le venivano le parole. Così, siamo rimaste in silenzio… a guardarci, ognuna con il suo film.

Poi Ludovico è tornato con tre bicchieri di aranciata…

e abbiamo brindato al futuro.

Se potessimo vedere la vita che stiamo per scegliere e quella a cui rinunciamo, come due film nelle sale di uno stesso cinema. Ma non è possibile.


Gabriele Romagnoli  Il Vizio dell'Amore










Ho osservato il mio specchio

e vi ho visto

una donna

pienamente soddisfatta

con gli occhi brillanti


di una squisita malizia.


L’ho invidiata.




Al-Masri Maram


Ciliegia rossa su piastrelle bianche




venerdì sera si va in scena.

entro per prima.

che dio me la mandi buona.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 19:17 | link |in line commenti (7) pop up commenti (7)
categorie: teatro, pensieri di carta
domenica, 25 novembre 2007

Esercizi di stile

il ritorno a casa è fatto di indaco.

profondo, come solo il blu sa essere di notte.

la luna è là, e io la fisso, con il solito ipod nelle orecchie a tenere il mondo fuori.

chè stasera proprio non voglio farlo entrare, e se proprio deve che cavolo, che sia solo dagli occhi.

e sia solo il giallo napoli della luna, che ha quella faccia triste che mi verrebbe voglia di prenderla a sberle, e il blu delle nuvole. in alcuni punti non si capisce se siano le nuvole ad essere spesse, o se sono buchi di cielo e basta.

la strada è libera, ma ai bordi come da un calderone, esce una leggera nebbia.

è un latte grigioazzurro che annega tutto.

 gli alberi sono neri.

sono scheletri.

sono pezzi di tronchi e rami e nodi e contorsioni come artigli.

sono belli nella loro bellezza più assoluta, strutturale.

così sono gli alberi.

e in mezzo a questa nebbia finalmente sono felice.

mi risuona sotto pelle, la nebbia.

fin nel cuore.

devo cercare di scaricare il personaggio.

due repliche per due giorni di seguito.

Milady Daure ormai pulsa all'unisono con me.

non perchè la faccia bene, qui non è questione di resa attoriale.

è che proprio risveglia delle parti di me che per lo più son sopite.

può capitare qualunque cosa in altri giorni, e Silvia lascia correre, ma se capitano mentre è vigile la Daure, beh,  i pensieri di carta diventano taglienti.

come solo la carta può essere in certi momenti.

quando la maneggi senza cura, e lei ti entra veloce sotto pelle e non hai il tempo neppure di capire se ti ha fatto male o no.

e guardi solo il sangue che esce.

questa sera torno a casa e sono come un felino.

sono con i nervi tesi e in bocca vorrei sentire il sapore del ferro.

è come sentire dentro il volume di se stessi aumentare e premere.

l'adrenalina che scorre.

dovrei avere freddo; sono troppo poco coperta, eppure sento che non percepisco le sensazioni nella giusta misura.

le mani fredde sulla pelle nuda del fianco, percepisco il gelo che vorrebbe entrare, eppure no lo fa.

è bloccato, come spaventato.

preferisce disperdersi nell'aria.

ho i tendini tesi.

e nelle vene un vago ribollire.

credo si chiami rabbia.

sensazione relativamente nuova.

ma confortante nella sua primordialità.

perchè questa sera io ho voglia di far male.

stanca di aspettare i cadaveri passare a tempo debito.

preferirei per una volta, fornire il cadavere che porrà termine all'attesa di qualcun altro.

perchè la vendetta sarà anche un piatto che va servito freddo.

ma quando arriverà sarà un bel marchio a fuoco.



perchè il recipiente è grande,

ma la misura è colma.



pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 20:31 | link |in line commenti (3) pop up commenti (3)
categorie: teatro, posologia della vita quotidiana
lunedì, 19 novembre 2007

chiedimi se sono felice. (reprise)





Chi sono? Domanda, questa, a cui non so dare risposta. Io nome no ho. Lo ebbi certo, ma ora, che importanza può avere. Io fui. Fui carne e sangue e vite comuni. Fui vita e amore poi morte. Fui putrescenza e vermi e terra. Sono stata ciò che ora siete voi. E ora sono ciò che voi diverrete. Sono il vento gelido che vi respira sul collo. Sono il battito del cuore che salta quando avete paura. Sono il miraggio bianco latte nei castelli e nelle case abbandonate che qualcuno scorge nelle notti scure. Sono l’eco di passi sconosciuti sul selciato dei noviluni. Sono la cenere dispersa nel vento dei roghi di anime innocenti. Sono i fuochi fatui sull’acqua. Sono le danze sfrenate nei boschi e le cavalcate di destrieri scheletrici. Sono le urla di dolore delle donne morte nel dare alla luce i propri figli. E quelli delle spose bambine la prima notte di nozze e quello delle donne gettatesi nel vuoto maledicendo il destino. Sono i bisbigli, le orazioni sommesse che di tanto in tanto si colgono fra le stanze dei vecchi manieri. Sono il suono d’arpa celtica dove nessuno sta suonando.Sono il profumo di fiori sfioriti da tempo. Sono pelo di gatto nero e zoccolo caprino. Sono quello che rimane di chi ha perso la strada e vanamente calpesta selciati stranieri per trovare la via del ritorno. Sono la memoria dei morti. E il senso di colpa dei vivi. Sono colei che mi si crede. Tanto nome no ho più.



Lo ebbi certo, ma ora, che importanza può avere. Ho mille voci e mille storie da raccontare. Per chi le vuole ascoltare e non dimenticare.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 23:10 | link |in line commenti (16) pop up commenti (16)
categorie: teatro
lunedì, 22 ottobre 2007

chiedimi se sono felice

io non so che temperatura ci fosse a Calosso sabato sera.



però fidatevi, faceva freddo.



dovendo quantificare, direi un freddo porco, ecco.



noi, si faceva i fantasmi.



una tunica di lino e un velo di garza.



un costume per tutte le stagioni, direi.



e in tutte le stagioni, non tiene comunque caldo.



gran parte del nostro compito è essere coreografiche.



camminare lente con un contenitore di vetro con dentro una fiammella.



contenitore bollente e mani ghiacciate.



il clou della performance, rimanere ferme ed immobili senza battere ciglio, ad ascoltare le millemila cose che alla gente passano dalla mente alla bocca.







ma sono vere?

(siamo vere si, se ero finta, mi facevano meglio, sai?)



ma non avranno freddo?

(e me lo dici tu in una giacca a vento abbracciata a tuo marito? certo che abbiamo freddo, ma ormai siamo in paresi, come gli stocafissi)



ma se gli tiro una pietra loro si muovono?

(variante alcolica)

se gli tiro un bicchiere di vino, voglio vedere se non si spostano

(tiratemi pure le pietre e il vino, che io me li prendo, ma poi dopo vengo e vi appicco fuoco, così, per vedere l'effetto che fa)







un pensiero di simpatia alla ragazza che furbescamente sbeffeggiando il primo fantasma, si è trovato improvvisamente me davanti spaventandosi non poco.



un altro al ragazzo che impietosito voleva offrirci le castagne.



un plauso ad Alex, che mi ha gentilmente recapitato un documento fotografico



un senso di gratitudine per il ragazzo che ha costretto tutti i suoi amici a fermarsi più volte a guardarci, solo perchè era giusto farlo, perchè facevamo un lavoro che costava fatica ed era un modo per dimostrarci rispetto.







a stare ferme al freddo, con il volto illuminato dal basso da una candela, gli occhi sbarrati, abbiamo iniziato ad un tratto a lacrimare.



prima una lacrimuccia da niente, poi goccioloni che colmavano l'occhio, traboccavano dalle ciglia, scivolavano lungo il naso, percorrevano il profilo delle labbra per poi finire sul mento e tuffarsi nella scollatura.







alla lunga, anche la gente si è accorta di questo pianto.







guarda, piangono.



chissà cosa vorranno dire queste lacrime, forse indicano che soffrono?







ma no, sono di cera, si stanno sciogliendo.....











poi uno si chiede perchè facciamo queste cose.



per questo. per sentire le reazioni della gente.



per sentirsi felici.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 21:17 | link |in line commenti (23) pop up commenti (23)
categorie: teatro
domenica, 16 settembre 2007

Ho iniziato settembre a Cassine, l'1e il 2 facendo il fantasma per Principessa Valentina; proseguendo come masca a Valdieri, l'8 con gli Acerbi.

il giorno dopo, ne avevamo 9, ero contadina alle sagre. Il 13 e 14 ero a Guarene, Alba, nuovamente assassina, questa volta però, niente assicuratori. (regola numero uno: se qualcuno che ci prova non ti dispiace, fai finta di nulla, tanto passa in fretta. finalmente qualcosa sto imparando).

Oggi, 16, SI CORRE IL PALIO, presenzialista come non mai, ero in sfilata pure qui, in qualiità di portatrice di scacchi, per San Silvestro ( oro vuol dir ricchezza, argento perfezione, noi siamo del biscioooooone, noi siamo del biscioooone... oro vuol dir ricchezza, argento perfezione, noi siamo del biscioooooone, ci doveeeteeee rispettaaaar ) dandomi ebbene si, anche ai coretti da stadio con tanto di sventolamento di fazzolettone. Amen.



esperienze che mi hanno segnato nel fisico (ormai l'età è quella che è, neh.)

ma che soprattutto han giovato al morale

riuscita a sorvolare su un paio di date che potevano essere come ancore e invece e bastato riempirle di cose di più importanti, e via, il gioco è fatto. tutto passa.



ed ora, il programma settembrino è ancora un pullulare di impegni.

il 23, pofferbacco, verrà sancito il 33esimo genetliaco. per arrivarci in forma mi consiglio soprattutto un buon pediluvio. minigonna, tacco 12 , un filo di trucco e una piega decente. Ma soprattutto, un buon pediluvio.

che anche su questo giorno, ho bisogno di travasare emozioni e
spazzare via ricordi.



dopodichè, si incomincia a lavorare alle nuove produzioni.

Due partite con i Quattro Quarti; Il vizio dell'amore con il Gruppo Teatro Nove.



in questo periodo però sembra che sia gettonatissima. devono essere i costumi.

perchè in borghese la solfa è sempre la medesima....



io lo so, starmi vicino non è sempre facile.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 20:01 | link |in line commenti (16) pop up commenti (16)
categorie: teatro, asti, pensieri spettinati
domenica, 26 agosto 2007

ma la notte ventosa, la limpida notte

che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,

è un ricordo.



Ed è limpida la notte, stanotte. La luna è un buco bianco e affoga in un indaco stemperato di latte.

Un blu di prussia da matita giotto.

Tira vento a Santo Stefano Belbo, ma non è quello il freddo che ci fa tremare.

Una mano, a destra, stringe la mia, ed un'ansia che fingo non mia mi prende alle spalle, ma non mi coglie di sorpresa, a conti fatti. Ffra un'ora o poco più un'altra mano ne stringerà un'altra, più lontano. E io mi chiederò cosa ci renda a noi, proprio noi, così inadatte alle scelte più consone.Perchè ho l'idea che noi, di uomini, proprio non si voglia capire nulla.

Come a scuola, quando sentivi dire - signora, suo figlio è intelligente, solo non si applica.

E dire che ci applichiamo, anzi, a dirla tutta forse ci applichiamo troppo, anche a noi stesse. Cercando di non dare fastidio diventiamo trasparenti.

Ma questa è un'altra storia.

Torniamo a questo indaco e al giallo arancio del fuoco delle torce.



Nelle parole c'è qualcosa d'impudico



E fra noi e gli attori sul palco, le parole.

Questa sera, son quelle di Pavese.

La casa in collina.

Le parole di Pavese sono come i profili aspri delle colline di Langa. Le sue donne sono fiere, nel senso più profondo del termine. Sono animali;  o sono in gabbia, e allora si fingono docili e ammaestrate;  oppure hanno divelto i cancelli e divengono feroci, nel porsi e nel dire. Di fronte a loro, gli uomini. Un uomo, alla fine, uno solo, sempre lo stesso. Che gira inerme sul suo sterile asse, contemplando il mondo e il proprio ombelico.

Le parole di Pavese fanno al cuore l'effetto rasposo di una lingua di gatto.

E a sentirle scorrere a voce alta, con i loro contrasti di consonanti che si inseguono per poi addolcirsi, come salite e discese, le sento per la prima volta così maledettamente vere in alcuni loro riflessi; così profondamente piemontesi, nella banalità dei luoghi comuni che ci contraddistinguono, banali e veri.



È religione anche non credere in niente



Edi Pavese, ammettiamolo, infine, molto non mi piace, ma non è questo difficile da ammettere. E' dire che ne amo l'asprezza, e mi disturba qualcosa che mi rimbomba dentro come l'eco di pensieri che non vorrei pensare.

E' come un vestito che ti calza a tratti come pelle.

E' come sentirsi in preda ad una vertigine molesta.

Un claustrofobico senso vuoto.

E' come quando ti rendi conto che diventi adulto.



Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.



Lo spettacolo è un pò troppo lungo. Ad un certo punto, mi si spezza il filo dell'attenzione e raccolgo colpi di tosse altrui e un vago spostamento di sedie e glutei inquieti sulla plastica bianca delle sedie da giardino.



perdura una calma stupita

fatta anch'essa di foglie e di nulla.

Non resta,

di quel tempo al di là dei ricordi, che un vago

ricordare.




(C. Pavese, La notte)



Ho freddo. Mi stringo nel giubbetto di pelle. La mano che mi stringeva si è sciolta. E' tempo di tornare  casa.
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categorie: teatro, pensieri di carta
lunedì, 30 luglio 2007

Immagine di Storie di primogeniti e figli uniciAspettavo.

E poi finiva che non ce la facevo più a sprecare la mia vita fermo ad aspettare in posti riparati, mi guardavo intorno ed ero solo, ero l'unico che si era fermato mentre gli altri andasvano e continuavano, e non ce la facevo davvero più, non smetteva di piovere ma chi se ne fregava, stavolta dicevo ora! e davvero andavo, stavolta correvo ancora più forte, più che potevo (...) mi bagnavo e mi bagnavo, entivo l'acqua penetrare i vestiti e poi la pelle e me ne fregavo, tanto ormai ci ero abituato era la mia vita quella e non pensavo se l'avrei scambiata o l'avrei tenuta così com'era, (...) era la mia vita senza ombrello (...) e in ogni caso ora bisognava correre, puntare verso il prossimo riparome poi verso un altro ancora e quando corri non è che puoi fare altro che correre.

Salivo veloce le scale. Entravo in casa, mi spogliavo e mi vestivo con abiti asciutti. A cas potevo farlo. Mi stendevo sul letto e aspettavo di smettere di ansimare. La smettevo. E finalmente sentivo la rabbia, mi dicevo : la prossima volta. La prossima volta gliela farò vedere io. La prossima volta che piove - che poi era inutile fare propositi per la prossima volta. Succedeva che non pioveva per chissà quanto. E tra una volta e l'altraavevi il tempo di dimenticare i propositi, la rabbia, e cosa volevi fare la prossima volta.

Avevi il tempo di dimenticare quanto ti eri bagnato.



da "Ombrelli"







alzo gli occhi dal volume. ho un filo di nausea; ormai patisco anche il treno. nel finestrino del corridoio, leggo di riflesso le risate degli altri nello scompartimento accanto. fra poco lascerò il libro, mi sporgerò fra di loro e si azzittiranno improvvisamente e io mi domanderò cosa ho di estraneo in me, ma per ora non è ancora successo e penso che tutto sommato sto bene.

l'ipod nelle orecchie, l'odore della carta nel naso.



è la prima volta che facciamo una trasferta con uno spettacolo.

ed è una bella sensazione, anche per me, che son sempre un pò staccata.

che son quella che rallenta il passo quando è nel gruppo, e va sempre più piano, fino a staccarsi, e guardare tutti da lontano.

che si perde, si lascia perdere.



a Civitavecchia il sole è clemente, su piazza Leandra l'ombra arriva in fretta, e sale anche un'aria fresca che gonfia il tendaggio dipinto della nostra scenografia, pare che casa Bonfil sia una nave, e le pareti una vela.

si gonfiano anche le gonne.

è buffo recitare con tutta questa luce, e avere poi tutto il tempo per andare a cena e divertirsi un pò.



e poi la luna e il rifelsso bianco sull'acqua.



e dormire in tre e svegliarsi a turno e guardare le altre che dormono e pensare andrà bene.

è andata bene.



fa freddo nello scompartimento, anche io vorrei un abbraccio.

apro lo zaino, prendo la maglia, me la lego al collo.

riprendo il libro, rimetto l'ipod nelle orecchie.

fra poco siamo a casa.
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categorie: teatro, pensieri di carta, pensieri on the road
lunedì, 23 luglio 2007

ieri notte era così buio che ad aprire gli occhi c'era da spaventarsi. pareva di non averli aperti sul serio, e così li tenevo chiusi, tanto, pareva di vederci lo stesso.

sensazione ingannevole, ma rassicurante.

come molte delle cose rassicuranti, per altro.

volevo fare un post allegro, e a furia di pensare a cose allegre, mi è addirittura spuntata una lacrima, così, senza manco avvisare che ero diventata triste. deve essere scivolata giù per la tempia fino all'orecchio; poi mi sono girata su un fianco.

e lei è scesa dentro. una sensazione così buffa che mi è venuto da ridere.



a volte mi faccio cambiare idea, tutto lì.





chissà che sole batte su piazza Leandra a Civitavecchia.

lo scopriremo venerdì all'una, ché il treno da Asti arriva giusto per l'ora di pranzo.

chissà se ammorberemo i viaggiatori ripetendo la parte, in sei ore di viaggio potremmo rifare lo spettacolo almeno quattro volte abbondanti...
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categorie: teatro, pensieri spettinati
mercoledì, 04 luglio 2007

breve intermezzo.

Immagine di Il vizio dell'amore|zio

s.m. AU

1 abituale disposizione al male e a seguire gli istinti più bassi: vivere, cadere nel v.;

2a abitudine profondamente radicata consistente nella ricerca costante di qcs. che è o può essere nocivo per sé o per gli altri: il v. di fumare, di bere; avere il v. del gioco; il v. dell’alcol, della droga

2b difetto, cattiva abitudine fastidiosa ma non nociva: avere il v. di rosicchiarsi le unghie; ha il v. di lasciare la porta aperta quando esce 2c al pl., tendenza, tipica dei bambini che hanno avuto un’educazione troppo permissiva, a voler essere sempre accontentati: un bambino pieno di vizi | dare dei vizi, viziare, accontentare in ogni cosa





e dunque ecco cos'è l'amore. un piccolo errore, un qualcosa che si annida in un organismo estraneo come un'imperfezione,

solo che almeno l'ostrica per difendersi ha scoperto che poteva fare un perla.

una costante ricerca di qualcosa di nocivo per sè, una cattiva abitudine, ecco, non necessariamente letale, più uno stillicidio quotidiano forse, qualcosa di cui lamentarsi all'occorrenza.


il mio preferito, fra quelli del dvd, è "l'altra". recitato da Amanda Sandrelli.



ecco, onestamente, se io fossi un incubo, sarei questo pezzo.

Ho letto il libro anche. sono uscita in questa giornata in cui Asti è così poco Asti, in cui alzi gli occhi e vedi pezzi di cielo così blu che ti stupisci che anche ad Asti possa esserci un cielo così blu. e sono andata alla libreria.



e sono uscita con questo libro e nelle orecchie l'ipod. poi ho iniziato a leggerlo e adesso che sta per finire mi dispiace. Perchè Romagnoli è proprio bravo.



e adesso mi ha appiccicato addosso quella tristezza che ti appiccicano addosso le parole belle, le storie che hanno sfumature conosciute.



chè alla fine storia dopo storia, togli qualcosa da una, tieni qualcosa da un'altra... alla fine sommando tutto quello che si è tenuto, ecco, alla fine rimani tu.



e la cosa è fin scocciante, nella sua banale prevedibilità, e nel contempo consolante.



roba che vorresti avere l'autore di fronte e dirgli qualcosa, che nel cervello di parole ne avresti e tante e sicure e non belle,no, questo non esageriamo, però vorresti dirgli che ti è piaciuto quello che ha scritto, e no, non solo perchè lui è bravo, ma perchè è vero. perchè è così.



e poi sai che se lo avessi di fronte non diresti nulla. te ne staresti lì e al messimo sorridedersti, sperando che le parole le trovasse lui per dire quello che sembra già che sappia.

una delle poche cose che so con certezza è questa: scrivere (...) è superfluo (...). Lo è se dall'altra partequalcuno legge e sfoglia, guarda e non registra. Se si ferma è diverso. Non importa il motivo per cui lo fa,che cosa trova in un racconto o in una canzone. Non sappiamo e non vogliamo sapere cosa sia il vizio dell'amore. Eppure lo sappiamo benissimo: tutti abbiamo passato anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole, conosciuto qualcuno ed imparato il suo nome, perduto quando abbiamo capito. Che cosa? Che non c'è niente da capire.

"il vizio dell'amore" Introduzione







Sa signor Romagnoli, alla fine mi sono fermata.



mi sono fermata e letto e riletto e riguardato, e pensato, e vagliato e mille altre cdose, in questa giornata di vento che mi ha teso le labbra.



mi sono fermata in una giornata azzurra e verde, come uno sguardo sorridente di quelli che incontri troppo poco ed è subito un danno.



mi sono fermata.

solo, mi servirebbe una spinta per ripartire.

una chiusa anche solo, una piccola fine per accompagnarmi fuori, verso le quinte, e lasciarsi il sipario alle spalle.




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categorie: teatro, pensieri di carta
sabato, 02 giugno 2007

Vado, li ammazzo e torno. o: è uno sporco mestiere, ma qualcuno deve pur farlo parte II

Location: l'albergo di charme 4 stelle superior L'Ostelliere,nato dalla ristrutturazione di un’antica casa colonica del XVII secolo, situato in posizione dominante sulla collina di Monterotondo di Gavi su uno spettacolare anfiteatro di vigne e boschi.



Trama: al loro arrivo, una sessantina di ospiti si ritrovano calati in un'atmosfera tesa a causa di tre misteriosi delitti:

L'imprenditore senza scrupoli trovato riverso nelle cantine con una pallottola in corpo...

l'assicuratore fobico e ipocondriaco, trovato morto per avvelenamento sulla sua auto...

la modella bella e di facili costumi che giageva nel boschetto con i segni di tredici coltellate.



sette i sospettati, sui cui risvolti di vita pubblica e privata le sei squadre operative devono investigare, raccogliendo materiale d'archivio, rilevando indizi e prove sulle scene del crimine e nelle stanze delle vittime:



Un'affascinante vedova che vive da anni all'Ostelliere dopo la morte del vecchio e ricco marito;

Suo fratello, mago di professione e ospite dell'albergo per uno spettacolo in un teatro lì vicino;

La sua assistente, attrice che spera finalmente in una svolta della sua carriera, grazie anche alla presenza di

un impresario di moda e spettacolo, venuto a visionare il numero per poter effettuare delle scritture;

Uno scrittore sinistro con l'hobby della fotografia;

Il bigotto direttore di un ente pubblico;

e infine, il nipote dei propietari dell'albergo, ex militare, che vive in una cassa in giardino, muto ma con ampia libertà di movimento.



Un'esperienza estremamente gratificante, per molteplici motivazioni ...



strani gli equilibri che si son creati fra noi e loro, e sempre più sottile diventava il diaframma fra il vero e il falso, fra la realtà e il copione.



com'è possibile trovare un mucchio di parole per lamentarsi e mai abbastanza per raccontare qualcosa di così bello?
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categorie: teatro
martedì, 29 maggio 2007

è uno sporco mestiere, ma qualcuno deve pur farlo...


resort L'OstelliereIl riposo è il condimento che rende dolce il lavoro.

Plutarco



















oh, io ci vado mica per divertirmi eh, ci vado per lavoro.

è uno sporco mestiere, ma qualcuno deve pur farlo..
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categorie: teatro
domenica, 27 maggio 2007

Radio Clandestina.

è sei mesi che ho il biglietto prenotato, quarta fila, posto 43.

è sei mesi che aspetto che arrivi questa sera del 26 di maggio, e niente, dico, niente, manco l'epifania della trinità in toto, la fine del mondo e neppure un'invasione aliena possono tenermi lontana da qui. da questa poltroncina benedetta, in quarta fila, posto 43.

il palco è vuoto, solo una struttura di metallo scarna, una sedia, di metallo, e tre luci. una lampadina, nuda, solo luce che si muove tenuta in mano come un microfono. una lampadina coperta da quelle padelle di metallo grigia, come quelle di casa di campagna dei miei nonni. e una luce da crotin, intermittente, dentro una gabbietta di metallo.

sotto, lui.

nel suo completo di pantaloni neri e giacca nera, barba e capelli e poi la voce.

Ascanio Celestini parla per un tempo che non ho potuto e voluto calcolare, perchè sarei stata lì ad ascoltarlo ancora per ore e ore a parlare di Roma e di guerra e di uomini e di tempi.



per ora continuo a guardare il biglietto, dietro mi son fatta fare un autografo.



è da ieri che ho un sorriso ebete, come un colpo in canna pronto ad esplodere.

camminerei a qualche centimetro dal suolo.

è solo il peso del mio culo che mi tiene a terra, ancorata alla realtà.



ho un grumo di pensieri che si deve dipanare prima di riuscire a spiegare meglio.

però mi viene da sorridere, chè io Celestini la prima volta, ne ho letto in un post di Burmashave.

e me ne sono innamorata grazie alle sue parole.



io oggi non ne ho ancora, per dire di più.
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categorie: teatro
martedì, 10 aprile 2007

"La Donna Onorata"  Milediy Daure produzione IquattroquartiQuello de "La donna onorata", scelto dall’associazione I quattro quarti per la loro nuova produzione in collaborazione con Arte & Tecnica, è il topo