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martedì, 29 aprile 2008

Delitti amorosi.

Un lavoro sporco:

soffocare

infiniti peccati.

Felicità,

strappami la vita,

il lato oscuro dell'anima

sotto la pelle,

correndo con le forbici in mano.

Donna per caso,

per grazia ricevuta,

l'amore è sopravvalutato;

chiedi alla polvere.



come la maggior parte delle cose interessanti degli ultimi anni, (giusto un paio le ho scovate da sola) questa meraviglia della poesia dorsale l'ho trovata sul blog di smokingpermitted.



la poesia dorsale è una vera e propria filosofia di ri-uso del libro, che coniuga all'amore per la lettura quello per la fotografia e per la poesia.

poesia, perchè comunque affiancando i titoli si riesce ad ottenere un breve componimento che, qualora non corrisponda in pieno ai crismi della metrica poetica, quantomeno mantiene intatto il gusto ludico, quasi vagamente dada, del giocare con le parole.

e fotografia, perchè la fotografia è l'unica prova documentaria di questo atto creativo, a dimostrazione dell'intento per l'appunto ludico dell'impresa.

per chi volesse ulteriori informazioni, o curiosare alcuni componimenti, può cliccare su POESIA DORSALE
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 19:34 | link |in line commenti (12) pop up commenti (12)
categorie: pensieri di carta
sabato, 12 aprile 2008









E’ penombra. Di quella penombra di una città in autunno, quando ancora non fa freddo, ma si sa che lo farà, che non è ancora buio, ma si indovina che fa poco lo sarà.



Un bar, un dehor; al tavolino una donna vestita di rosso; con l’aria di chi è un complemento di arredo del locale.



Ha una gamba accavallata, con il braccio destro poggiato sul tavolino si regge svogliatamente il mento, dalla mano sinistra pencola una sigaretta spenta.



Ad un tratto, con leggerezza, si alza, con decisione va da un uomo a due, tre tavolini di distanza, che uno si chiede perché proprio lui, in mezzo a tutti.



Lo squadra per un secondo e gli domanda:



Hai da accendere?



Lui goffamente tira fuori dalla tasca interna della giacca un pacchetto di cerini. Con mano insicura ne accende una. La donna si china verso di lui che le avvicina le mani a coppa.



La fiammella si spegna sul volto di lei.



Un colpo di vento.



La donna, delusa, chiede:




Scusa, ne hai un altro?



Ora la donna ride sommessa, si invita a sedere; lui non dice di no.




 L’uomo e la donna iniziano a parlare. Di tanto in tanto, levano gli sguardi alle tante finestre dei palazzoni di fronte, paiono occhi spenti che dormono; pare che attendano, i palazzi, l’uomo e la donna; che tutto sia in attesa.



Un altro colpo di vento. La donna si stringe le spalle e si lagna distrattamente, l’uomo allora la spinge un poco verso il muro, e il vento torna ad essere poco più di un soffio, giusto un alito freddo.



Anche l’uomo si accende una sigaretta.



La donna stretta ancora nel suo brivido personale, racconta:




Avevo una sciarpa, grande, a colori. Di quelle che se le apri tutte ti avvolgono e scaldano come una stufa. Sai, veniva da Rio. Immagina, quanta strada deve aver fatto. Una cosa così piccola, ha viaggiato più di me. Ha visto l’oceano, lei, su un transatlantico che inondava di luce la notte, si è riempita di chissà quali venti, chissà quante mani l’hanno toccata, quanti corpi ha scaldato, prima di perdersi.




La donna guarda l’uomo con un mezzo sorriso, giusto una piega, anche lo sguardo pare a metà, gli sussurra verso l’orecchio:







Sai sono contenta di averla perduta, perché ti ho incontrato…



Me l’aveva regalata un marinaio. Viaggiava sui vapori, puliva le macchine. È da tanto che non le vedo però. Non so che fine abbia fatto.



Ma che importa, lui era sempre sporco… tu sei decisamente più bello…




Se sali con me, te ne mostro il ritratto;






la donna alza lo sguardo ad uno dei palazzoni di fronte. Un cenno col viso:



La finestra là in alto è la nostra.



Lei spegne la sigaretta lentamente, getta il mozzicone ai piedi di lui.



Silenzio.



Guardano entrambi al cielo. Alle stelle, alle finestre, che si confondono per un attimo.



Ora sull’asfalto, vicini, ci son due mozziconi.



L’uomo e la donna attraversano veloci l’asfalto, a braccetto, giocando a scaldarsi.



L’ultima cosa che si indovina di loro, sull’eco delle loro risate che paiono stanche, è l’entrare in una piccola stanza, il rumore di una luce che si spegne.








(liberamente tratto da alcuni brani di C. Pavese)







(i quadri sono : Bistrot, di J. Machado; Uomo allo specchio, di J. Vettriano; Finestre di notte, di E. Hopper)
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 13:36 | link |in line commenti (7) pop up commenti (7)
categorie: teatro, pensieri di carta
venerdì, 21 marzo 2008





 








sono nata il 21 a primavera







sono nata il ventuno a primavera



ma non sapevo che nascere folle,



aprire le zolle



potesse scatenar tempesta.



Così Proserpina lieve



vede piovere sulle erbe,



sui grossi frumenti gentili



e piange sempre la sera.



Forse è la sua preghiera.





Alda Merini, Sono nata il 21 a primavera


pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 12:31 | link |in line commenti (7) pop up commenti (7)
categorie: pensieri di carta
venerdì, 29 febbraio 2008

Apriremo scuole di perdono

per succhiarci via il veleno

raccontando storie ripugnanti

così sentiranno tutti quanti


era un anno bisestile quando tutto ha avuto inizio. in un altro anno bisestile trovo poetico che tutto ciò che ha dato il via alla valanga di eventi, alla frana ( e per frana intendo solo qualcosa di potente e non facilmente manovrabile, senza giudizi di merito) che mi ha portato dove sono ora,  trovi una sua sorta di naturale compimento. una sua soluzione. solo in un giorno che praticamente non esiste se non ogni quattro anni, i nodi vengono al pettine, e puoi chiamare le cose con il loro nome.

ritrovare pezzi che avevi perso per strada, farli combaciare con altri. sorridere di cose che facevano soffrire.

e ricominciare.



porterò una maschera felice

e camufferò la voce

tieniti lontano dalla luce

dove la pietà ti lascia in pace

Quando avranno smesso di gridare

ci potremo rivedere

inservibili le nostre ali

seguiremo lenti i girasoli

 


mercanti di liquore_ Lacrime amare

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 15:48 | link |in line commenti (8) pop up commenti (8)
categorie: pensieri di carta, posologia della vita quotidiana
sabato, 16 febbraio 2008

L'amore non cantarlo, ché si canta da se'

L'amore non cantarlo, ché si canta da se'

Più lo si invoca, meno ce n'è



Amarti m'affatica mi svuota dentro

Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto

Amarti m'affatica mi da' malinconia

Che vuoi farci è la vita

E' la vita, la mia

Amami ancora fallo dolcemente

Un anno un mese un'ora perdutamente

Amarti mi consola le notti bianche

Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti

Amarti mi consola mi da' allegria

Che vuoi farci è la vita

E' la vita, la mia

Amami ancora fallo dolcemente

Un anno un mese un'ora perdutamente

Amami ancora fallo dolcemente

Solo per un'ora perdutamente



L'amore non lo canto, è un canto di per se'

Più lo si invoca, meno ce n'è

L'amore non lo canto, è un canto di per se'



da : Montesole, PGR  e Amandoti, CCCP poi Amami ancora, Gianna Nannini



Ginevra Di Marco, live al Diavolo Rosso in Asti. 15 febbraio 2007
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 21:15 | link |in line commenti (28) pop up commenti (28)
categorie: teatro, pensieri di carta
domenica, 10 febbraio 2008

Manon Lescaut

ATTO TERZO

L'Havre

Piazzale presso il porto



Nel fondo, il porto; a sinistra l'angolo d'una caserma.   Nel lato di faccia al pianterreno,  una finestra con grossa ferriata sporgente. Nella facciata verso la piazza il portone chiuso, innanzi al quale passeggia una sentinella.

Il mare occupa tutto il fondo della scena.   Si vede la metà di una nave da guerra.   A destra, una casa,  poi  un viottolo;  all' angolo  un fanale ad olio  che  rischiara debolmente.   E l' ultima ora della notte;  il cielo si andrà gradatamente rischiarando.




[rullo  di tamburi:  s' apre  il portone della caserma,  esce il Sergente con un picchetto di soldati, in mezzo al quale stanno parecchie donne incatenate:  i soldati e le donne si arrestano avanti il portone:  il Sergente s'avanza verso la folla, ordinandole di retrocedere.



Sergente.       Il passo m'aprite.

[dalla  nave  scende  il Commandante:  lo segue  un drapello  di soldati di marina, il quale si schiera a destra. Sulla nave si schierano i marinai.



Commandante. (al Sergente)

        E pronta la nave. L'appello affrettate!                         



Borghesi, Uomini e Donne del Popolo.

        Silenzio! L'appello cominciano già.

[la folla si è ritirata e guarda sfilare le cortigiane.



Il Sergente.

[con  un  foglio  in  mano  fa l'appello:  le  donne,  mano mano   che  sono   chiamate, passano in diversi atteggiamenti  da  sinistra a destra presso   al   drapello   dei  marinai:    il   Comandante nota su di un libro.



Rosetta!         [passa sfrontamente

Madelon!        [indifferente,   va  al  posto ridendo.

Manon!           [passa lentamente cogli occhi a terra.                           

Ninetta!          [altera fissando la folla.

Caton!            [con fare imponente.

Regina!          [passa pavoneggiandosi.

Claretta!         [va al suo posto frettolosa. 

Violetta!     [traversa  la piazza  con modo procace     Altri.  Ah questa vorrei!

si avvicina al comandante delle guardie con fare

provocante, toccandogli il volto con una carezza;

il comandante la avvinghia e lei si divincola sputandogli addosso

e si va ad unire alle altre prigioniere a terra


Nerina!           [elegante.

Elisa!              [se ne va tranquillamente.  

Ninon!            [si copre il volto colle mani.

Giorgetta!      [civettuola. 
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 22:30 | link |in line commenti (1) pop up commenti (1)
categorie: teatro, pensieri di carta
mercoledì, 06 febbraio 2008

di teatro ed altri vizi.

L’ALTRA


E abbiamo brindato al futuro.

Se potessimo vedere la vita che stiamo per scegliere e quella a cui  rinunciamo, come due film nelle sale di uno stesso cinema.


Ma non è possibile.



Dieci anni fa insegnavo lettere qui, nel liceo classico della mia città, lo stesso dove avevo studiato.Mi sembrava bellissimo: ero lì per insegnare perché avevo imparato. Era un’occasione per rimediare agli errori dei miei, di insegnanti. Già questo mi faceva felice, e poi come se non bastasse, ho incontrato Michele.

Insegnava storia e filosofia, era timido. Poi un giorno, durante l’intervallo, l’ho visto mentre scendeva le scale che portano alla palestra, con l’aria di chi sta facendo una cosa proibita.

L’ho seguito: Si è tolto la giacca, ha preso il pallone da pallacanestro e ha cominciato a fare dei tiri liberi

E li metteva dentro. …Tutti. Da solo…concentrato…come se avesse una seconda vita segreta, un talento da tenere ben nascosto.

Ho chiuso la porta della palestra, e mi sono innamorata….Così.

Due anni dopo, era tutto perfetto: gli studenti mi adoravano, il preside mi stimava, e alla fine dell’anno scolastico avrei sposato Michele. Volevamo due figli, prima ovviamente un maschio e poi una femmina, avevamo già deciso il nome del primogenito: Ludovico, lui ci teneva molto.

Eravamo a… maggio, si, le lezioni stavano finendo. L’aula era vuota e sulla lavagna era rimasta una frase di Manzoni: con l’agile speme precorre l’evento

con l’agile

speme

precorre

l’evento!

Ecco, a me in quel momento, è passata davanti agli occhi tutta la vita che mi aspettava, le stesse lezioni, anno, dopo anno, dopo anno. Insegnare, mi pareva sempre meno divertente. Anche peggio: cominciavo a capire i miei insegnati.

E Michele, io lo aspettavo ogni giorno all’intervallo, giù in palestra, ma non scendeva più.

Mi rimaneva un professore di storia, il padre di Ludovico e di una bambina senza nome, che un giorno avremmo iscritto il quel liceo dove io sarei stata l’insegnante anziana, forse, la preside.

Tutto qui? … Tutto così scontato?.. così..previsto?

Decisi di sparire da tutto… così

Sono uscita da scuola e ho preso un treno per Parigi, dove viveva una mia amica.

All’inizio ho fatto un po’ di tutto: traduzioni, adattamenti…Poi ho incontrato Thomas e quando lui me lo domandato, ci siamo trasferiti a Francoforte, ma io ho continuato a scrivere, mi piaceva. Scrivevo racconti. Li avevo anche mandati in giro per concorsi, a case editrici… ma figuriamoci, non mi ha mai risposto nessuno. Poi un giorno mi è arrivata una telefonata da Bilbao, dove mi dicevano che avevo vinto un concorso, un premio, anche dei soldi! E che dovevo andare a ritirarlo.

Ci abito ancora, a Bilbao.

Si, perché poi, mi han chiesto di scrivere un romanzo, l’ho scritto, l’hanno pubblicato e ha avuto …si, successo. Mi hanno anche invitato in giro a presentarlo, da tutte le parti… ma non ci sono mai voluta andare.

Finchè, non mi è arrivato un invito, dal mio vecchio liceo, scritto a mano dallo stesso preside di allora.

Dieci anni dopo sono tornata.

C’erano tutti riuniti in palestra, gli studenti, i professori, mi aspettavano come se fossi una celebrità. Avrò parlato per un’ora, ho risposto alle domande dei ragazzi: erano carini, molto curiosi, era divertente parlare con loro. Mi è venuta anche un filo di nostalgia.

Poi, mentre stavo per finire di firmare le copie del libro, si è avvicinata una professoressa e mi ha detto: “Sa, io sono quella che ha preso il suo posto quando se ne è andata”. Era carina, più di me direi, bionda, con una frangetta e… una pancia da … sesto mese. “Fra un po’ anche lei avrà bisogno della supplente”, le ho detto. “È il secondo, la seconda anzi, perché ho già un maschio”.

A quel punto, è arrivato un ragazzetto di, sette-otto anni, tutto serio, alto alto, già quasi come la madre.

Più lo guardavo, e più capivo a chi somigliava.

Michele non era venuto. Immagino non le avesse mai parlato di me. O forse si, ma lei faceva finta di no. Ma non importava, era tutto così…così perfetto! Dieci anni dopo, la vita che non avevo voluto era lì, davanti a me. Non l’avevo mai rimpianta prima, ma ora, ora avevo voglia di chiederle come pensava di chiamare la bambina, se le avevano trovato un nome, almeno stavolta. Ma non mi uscivano le parole.

Ludovico si è allontanato per andarci a prendere qualcosa da bere…Dio mio…ma guarda.. cammina proprio uguale a… E siamo rimaste da sole. Ci siamo guardate, e ho capito che anche lei avrebbe voluto chiedermi qualche cosa, perché mi guardava… come si guardano personaggi avventurosi, dalla vita che abbiamo solamente sognata… ma non le venivano le parole. Così, siamo rimaste in silenzio… a guardarci, ognuna con il suo film.

Poi Ludovico è tornato con tre bicchieri di aranciata…

e abbiamo brindato al futuro.

Se potessimo vedere la vita che stiamo per scegliere e quella a cui rinunciamo, come due film nelle sale di uno stesso cinema. Ma non è possibile.


Gabriele Romagnoli  Il Vizio dell'Amore










Ho osservato il mio specchio

e vi ho visto

una donna

pienamente soddisfatta

con gli occhi brillanti


di una squisita malizia.


L’ho invidiata.




Al-Masri Maram


Ciliegia rossa su piastrelle bianche




venerdì sera si va in scena.

entro per prima.

che dio me la mandi buona.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 19:17 | link |in line commenti (7) pop up commenti (7)
categorie: teatro, pensieri di carta
venerdì, 11 gennaio 2008

Il viaggio non è l'emozione di attimi pericolosi il viaggio è la gioia del tempo pericolo è stare rinchiusi

Direzione casuale, non prevede sosta chi viaggia detesta l'estate l'estate appartiene al turista

Il viaggiatore viaggia solo e non lo fa per tornare contento lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento.

Mischiare presente e ricordi, le strade possibili fatte fu forse salsedine o neve fu forse ponente o levante

L'amore lasciato sospeso, qualcuno ne approfitterà ma questo riguarda il ritorno remota possibilità

Il viaggiatore viaggia solo e non lo fa per tornare contento lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento.

Se impari la strada a memoria di certo non trovi granchè se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te

Paese significa storia e storia significa lingua impara la tua direzione da gente che non ti somiglia

Il viaggiatore viaggia solo e non lo fa per tornare contento lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento.



Mercanti d Liquore "il viaggiatore"

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 15:42 | link |in line commenti (8) pop up commenti (8)
categorie: pensieri di carta
lunedì, 08 ottobre 2007

Monologo per Cassandra

Sono io, Cassandra.

E questa è la mia città sotto le ceneri.

E questi i miei nastri e la verga di profeta.

E questa è la mia testa piena di dubbi.



E' vero, sto trionfando.

I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.

Solamente i profeti inascoltati

godono di simili viste.

Solo quelli partiti con il piede sbagliato,

e tutto poté compiersi tanto in fretta

come se non fossero mai esistiti.



Ora lo rammento con chiarezza:

la gente vedendomi si interrompeva a metà.

Le risate morivano.

Le mani si scioglievano.

I bambini correvano dalle madri.

Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.

E quella canzocina sulla foglia verde -

nessuno la finiva in mia presenza.



Li amavo.

Ma amavo dall'alto.

Da sopra la vita.

Dal futuro. Dove è sempre vuoto

e da dove nulla è più facile del vedere la morte.

Mi dispiace che la mia voce fosse dura.

Guardatevi dall'alto delle stelle - gridavo -

guardatevi dall'alto delle stelle.

Sentivano e abbassavano gli occhi.



Vivevano nella vita.

Permeati da un grande vento.

Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.

Ma c'era in loro un umida speranza,

una fiammella nutrita del proprio luccichio.

Loro sapevano cos'è davvero un istante,

oh, almeno uno, uno qualunque

prima di -



E' andata come dicevo io.

Però non ne viene nulla.

E questa è la mia veste bruciacchiata.

E questo è il mio ciarpame di profeta.

E questo è il mio viso stravolto.

Un viso che non sapeva di poter essere bello.




W. Szymborska «Monologo per Cassandra»
.

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 21:22 | link |in line commenti (4) pop up commenti (4)
categorie: pensieri di carta
giovedì, 27 settembre 2007

 PRIMA CHE BRUCI PARIGI



Parigi, 1958


 



 


Finchè ancora tempo,mio amore

e prima che bruci Parigi


finchè ancora tempo, mio amore

finchè il mio cuore è sul suo ramo


vorrei una notte di maggio

una di queste notti


sul lungosenna Voltaire

baciarti sulla bocca


e andando poi a Notre-Dame

contempleremmo il suo rosone


e a un tratto serrandoti a me

di gioia paura stupore


piangeresti silenziosamente

e le stelle piangerebbero


mischiate alla pioggia fine.

Finchè ancora tempo, mio amore           



 


e prima che bruci Parigi

finchè ancora tempo, mio amore


finchè il mio cuore è sul suo ramo

in questa notte di maggio sul lungosenna


sotto i salici, mia rosa, con te

sotto i salici piangenti molli di pioggia


ti direi due parole le più ripetute a Parigi

le più ripetute, le più sincere


scoppierei di felicità

fischietterei una canzone


e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra


senza incavi nè gobbe

appiccicate


coi loro muri al chiar di luna

e le loro finestre diritte che dormono in piedi


e sulla riva di fronte il Louvre

illuminato dai proiettori


illuminato da noi due

il nostro splendido palazzo


di cristallo.

Finchè ancora tempo, mio amore


e prima che bruci Parigi

finchè ancora tempo, mio amore


finchè il mio cuore è sul suo ramo

in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi


ci siederemmo sui barili rossi

di fronte al fiume scuro nella notte


per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa

- verso il Belgio o verso l'Olanda? -


davanti alla cabina una donna

con un grembiule bianco


sorride dolcemente.

Finchè ancora tempo, mio amore


e prima che bruci Parigi

finchè ancora tempo, mio amore.


Hazim Hikmet
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 14:21 | link |in line commenti (13) pop up commenti (13)
categorie: pensieri di carta
domenica, 26 agosto 2007

ma la notte ventosa, la limpida notte

che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,

è un ricordo.



Ed è limpida la notte, stanotte. La luna è un buco bianco e affoga in un indaco stemperato di latte.

Un blu di prussia da matita giotto.

Tira vento a Santo Stefano Belbo, ma non è quello il freddo che ci fa tremare.

Una mano, a destra, stringe la mia, ed un'ansia che fingo non mia mi prende alle spalle, ma non mi coglie di sorpresa, a conti fatti. Ffra un'ora o poco più un'altra mano ne stringerà un'altra, più lontano. E io mi chiederò cosa ci renda a noi, proprio noi, così inadatte alle scelte più consone.Perchè ho l'idea che noi, di uomini, proprio non si voglia capire nulla.

Come a scuola, quando sentivi dire - signora, suo figlio è intelligente, solo non si applica.

E dire che ci applichiamo, anzi, a dirla tutta forse ci applichiamo troppo, anche a noi stesse. Cercando di non dare fastidio diventiamo trasparenti.

Ma questa è un'altra storia.

Torniamo a questo indaco e al giallo arancio del fuoco delle torce.



Nelle parole c'è qualcosa d'impudico



E fra noi e gli attori sul palco, le parole.

Questa sera, son quelle di Pavese.

La casa in collina.

Le parole di Pavese sono come i profili aspri delle colline di Langa. Le sue donne sono fiere, nel senso più profondo del termine. Sono animali;  o sono in gabbia, e allora si fingono docili e ammaestrate;  oppure hanno divelto i cancelli e divengono feroci, nel porsi e nel dire. Di fronte a loro, gli uomini. Un uomo, alla fine, uno solo, sempre lo stesso. Che gira inerme sul suo sterile asse, contemplando il mondo e il proprio ombelico.

Le parole di Pavese fanno al cuore l'effetto rasposo di una lingua di gatto.

E a sentirle scorrere a voce alta, con i loro contrasti di consonanti che si inseguono per poi addolcirsi, come salite e discese, le sento per la prima volta così maledettamente vere in alcuni loro riflessi; così profondamente piemontesi, nella banalità dei luoghi comuni che ci contraddistinguono, banali e veri.



È religione anche non credere in niente



Edi Pavese, ammettiamolo, infine, molto non mi piace, ma non è questo difficile da ammettere. E' dire che ne amo l'asprezza, e mi disturba qualcosa che mi rimbomba dentro come l'eco di pensieri che non vorrei pensare.

E' come un vestito che ti calza a tratti come pelle.

E' come sentirsi in preda ad una vertigine molesta.

Un claustrofobico senso vuoto.

E' come quando ti rendi conto che diventi adulto.



Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.



Lo spettacolo è un pò troppo lungo. Ad un certo punto, mi si spezza il filo dell'attenzione e raccolgo colpi di tosse altrui e un vago spostamento di sedie e glutei inquieti sulla plastica bianca delle sedie da giardino.



perdura una calma stupita

fatta anch'essa di foglie e di nulla.

Non resta,

di quel tempo al di là dei ricordi, che un vago

ricordare.




(C. Pavese, La notte)



Ho freddo. Mi stringo nel giubbetto di pelle. La mano che mi stringeva si è sciolta. E' tempo di tornare  casa.
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categorie: teatro, pensieri di carta
martedì, 14 agosto 2007

And if it's Happiness?

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 23:46 | link |in line commenti (11) pop up commenti (11)
categorie: pensieri di carta, posologia della vita quotidiana
lunedì, 30 luglio 2007

Immagine di Storie di primogeniti e figli uniciAspettavo.

E poi finiva che non ce la facevo più a sprecare la mia vita fermo ad aspettare in posti riparati, mi guardavo intorno ed ero solo, ero l'unico che si era fermato mentre gli altri andasvano e continuavano, e non ce la facevo davvero più, non smetteva di piovere ma chi se ne fregava, stavolta dicevo ora! e davvero andavo, stavolta correvo ancora più forte, più che potevo (...) mi bagnavo e mi bagnavo, entivo l'acqua penetrare i vestiti e poi la pelle e me ne fregavo, tanto ormai ci ero abituato era la mia vita quella e non pensavo se l'avrei scambiata o l'avrei tenuta così com'era, (...) era la mia vita senza ombrello (...) e in ogni caso ora bisognava correre, puntare verso il prossimo riparome poi verso un altro ancora e quando corri non è che puoi fare altro che correre.

Salivo veloce le scale. Entravo in casa, mi spogliavo e mi vestivo con abiti asciutti. A cas potevo farlo. Mi stendevo sul letto e aspettavo di smettere di ansimare. La smettevo. E finalmente sentivo la rabbia, mi dicevo : la prossima volta. La prossima volta gliela farò vedere io. La prossima volta che piove - che poi era inutile fare propositi per la prossima volta. Succedeva che non pioveva per chissà quanto. E tra una volta e l'altraavevi il tempo di dimenticare i propositi, la rabbia, e cosa volevi fare la prossima volta.

Avevi il tempo di dimenticare quanto ti eri bagnato.



da "Ombrelli"







alzo gli occhi dal volume. ho un filo di nausea; ormai patisco anche il treno. nel finestrino del corridoio, leggo di riflesso le risate degli altri nello scompartimento accanto. fra poco lascerò il libro, mi sporgerò fra di loro e si azzittiranno improvvisamente e io mi domanderò cosa ho di estraneo in me, ma per ora non è ancora successo e penso che tutto sommato sto bene.

l'ipod nelle orecchie, l'odore della carta nel naso.



è la prima volta che facciamo una trasferta con uno spettacolo.

ed è una bella sensazione, anche per me, che son sempre un pò staccata.

che son quella che rallenta il passo quando è nel gruppo, e va sempre più piano, fino a staccarsi, e guardare tutti da lontano.

che si perde, si lascia perdere.



a Civitavecchia il sole è clemente, su piazza Leandra l'ombra arriva in fretta, e sale anche un'aria fresca che gonfia il tendaggio dipinto della nostra scenografia, pare che casa Bonfil sia una nave, e le pareti una vela.

si gonfiano anche le gonne.

è buffo recitare con tutta questa luce, e avere poi tutto il tempo per andare a cena e divertirsi un pò.



e poi la luna e il rifelsso bianco sull'acqua.



e dormire in tre e svegliarsi a turno e guardare le altre che dormono e pensare andrà bene.

è andata bene.



fa freddo nello scompartimento, anche io vorrei un abbraccio.

apro lo zaino, prendo la maglia, me la lego al collo.

riprendo il libro, rimetto l'ipod nelle orecchie.

fra poco siamo a casa.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 00:29 | link |in line commenti (26) pop up commenti (26)
categorie: teatro, pensieri di carta, pensieri on the road
lunedì, 16 luglio 2007

il percorso dell'amore

Immagine di Il percorso dell'amore "L'attimo di felicità che aveva diviso con loro gli restò nei ricordi, ma non seppe mai che farsene. Chissà se quei momenti significano davvero, come sembra, che avremmo a disposizione una vita felice nella quale ci imbattiamo, consapevolmente, solo qualche rara volta? Chissà se gettano su quel che precede e su quel che segue, tutto ciò che è accaduto nella nostra vita, o che noi abbiamo fatto accadere, una luce tale da rendere ogni cosa trascurabile"







la cosa più terribile nella scrittura della Munro, trovo sia la lucidità con cui analizza la quotidianità, lasciando trasparire possibilità per le quali piccole cose potrebbero rendere la vita meravigliosa o tragica.

e quel senso di smarrimento, come di fiato spezzato, nel momento che precede un'azione, una scelta.

e poi tutto torna come prima.
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categorie: pensieri di carta
mercoledì, 04 luglio 2007

breve intermezzo.

Immagine di Il vizio dell'amore|zio

s.m. AU

1 abituale disposizione al male e a seguire gli istinti più bassi: vivere, cadere nel v.;

2a abitudine profondamente radicata consistente nella ricerca costante di qcs. che è o può essere nocivo per sé o per gli altri: il v. di fumare, di bere; avere il v. del gioco; il v. dell’alcol, della droga

2b difetto, cattiva abitudine fastidiosa ma non nociva: avere il v. di rosicchiarsi le unghie; ha il v. di lasciare la porta aperta quando esce 2c al pl., tendenza, tipica dei bambini che hanno avuto un’educazione troppo permissiva, a voler essere sempre accontentati: un bambino pieno di vizi | dare dei vizi, viziare, accontentare in ogni cosa





e dunque ecco cos'è l'amore. un piccolo errore, un qualcosa che si annida in un organismo estraneo come un'imperfezione,

solo che almeno l'ostrica per difendersi ha scoperto che poteva fare un perla.

una costante ricerca di qualcosa di nocivo per sè, una cattiva abitudine, ecco, non necessariamente letale, più uno stillicidio quotidiano forse, qualcosa di cui lamentarsi all'occorrenza.


il mio preferito, fra quelli del dvd, è "l'altra". recitato da Amanda Sandrelli.



ecco, onestamente, se io fossi un incubo, sarei questo pezzo.

Ho letto il libro anche. sono uscita in questa giornata in cui Asti è così poco Asti, in cui alzi gli occhi e vedi pezzi di cielo così blu che ti stupisci che anche ad Asti possa esserci un cielo così blu. e sono andata alla libreria.



e sono uscita con questo libro e nelle orecchie l'ipod. poi ho iniziato a leggerlo e adesso che sta per finire mi dispiace. Perchè Romagnoli è proprio bravo.



e adesso mi ha appiccicato addosso quella tristezza che ti appiccicano addosso le parole belle, le storie che hanno sfumature conosciute.



chè alla fine storia dopo storia, togli qualcosa da una, tieni qualcosa da un'altra... alla fine sommando tutto quello che si è tenuto, ecco, alla fine rimani tu.



e la cosa è fin scocciante, nella sua banale prevedibilità, e nel contempo consolante.



roba che vorresti avere l'autore di fronte e dirgli qualcosa, che nel cervello di parole ne avresti e tante e sicure e non belle,no, questo non esageriamo, però vorresti dirgli che ti è piaciuto quello che ha scritto, e no, non solo perchè lui è bravo, ma perchè è vero. perchè è così.



e poi sai che se lo avessi di fronte non diresti nulla. te ne staresti lì e al messimo sorridedersti, sperando che le parole le trovasse lui per dire quello che sembra già che sappia.

una delle poche cose che so con certezza è questa: scrivere (...) è superfluo (...). Lo è se dall'altra partequalcuno legge e sfoglia, guarda e non registra. Se si ferma è diverso. Non importa il motivo per cui lo fa,che cosa trova in un racconto o in una canzone. Non sappiamo e non vogliamo sapere cosa sia il vizio dell'amore. Eppure lo sappiamo benissimo: tutti abbiamo passato anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole, conosciuto qualcuno ed imparato il suo nome, perduto quando abbiamo capito. Che cosa? Che non c'è niente da capire.

"il vizio dell'amore" Introduzione







Sa signor Romagnoli, alla fine mi sono fermata.



mi sono fermata e letto e riletto e riguardato, e pensato, e vagliato e mille altre cdose, in questa giornata di vento che mi ha teso le labbra.



mi sono fermata in una giornata azzurra e verde, come uno sguardo sorridente di quelli che incontri troppo poco ed è subito un danno.



mi sono fermata.

solo, mi servirebbe una spinta per ripartire.

una chiusa anche solo, una piccola fine per accompagnarmi fuori, verso le quinte, e lasciarsi il sipario alle spalle.




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categorie: teatro, pensieri di carta
venerdì, 29 giugno 2007

Immagine di La Cosa nella foresta e altri racconti la narrazione della Byatt è di quelle che ti costringe ad essere compresa. è come dover mangiare qualcosa che va molto masticato. e quindi stai attenta alle parole, al filo dei pensieri, che ti legano e abbozzolano fino alla conclusione. ci trovi la paura, quella che ha odore di straordinario e nel contempo ha un viso quotidiano che ti lascia addosso l'impressione che se chiudi gli occhi può succedere qualcosa e non sai cosa; e lo stupore, per ququello che siamo e sappiamo di essere come in superficie, perchè ci è stato raccontato, ma che capiamo solo ad un certo punto.

il più bello della raccolta mi pare possa essere "La donna di pietra". mi ha fatto sentire il desiderio di metamorfizzarmi, di cristallizzare e germogliare cristalli piangere pietre e incastonare madreperlacee escrescenze. mi ha fatto venire vofglia di diventare come lei, di diventare un mondo eterogeneo come lei. e mi ha fatto venire voglia di incontrare un Thorsteinn Hallmundursson, che levighi le asperità e metta allo scoperto le possibili luci.



Germogliò in lei il desiderio di morderlo,sulla guancia o sul collo... resistette abbastanza facilmente all'impulso,anche se si leccava i denti: incisivi di selce affilati come rasoi, sinistri molari di granito. Aveva pensieri umani e pensieri di pietra. Questi ultimi erano lenti, maculati, granulosi ed estremi, caldi e freddi ad un tempo.Intraducibili in inglese o in altre lingue a lei note, erano cose che si accumulavano, solidamente, cozzavano l'una contro l'altra, sedimentavano o slittavano l'una contro l'altra.
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categorie: pensieri di carta
venerdì, 19 gennaio 2007

In seri guai

Cresce beata la carota nella terra, la testa mozza d’un agnello dal beccaio mi dà tranquillità, il vino semidolce cerca la sua amara metà

e io sono nei guai.

Zufola il venditore per vendere i suoi flauti, il tamburaio fa rullare i tamburi, la prostituta mostra le cosce

e io sono in seri guai.

Sulla porta del fruttivendolo c’è dipinta la frutta, alla trattoria del pesce c’è dipinto il pesce, all’entrata della guerra c’è dipinto un giovane,

e io sono in seri guai.

Non sono più un perdente

sono un uomo perso,

sono stanco di porte,

voglio finestre, solo finestre,

voglio abiti leggeri e molli sul mio corpo, come mani che accennano un saluto, senza dolore.

Temo ciò che il passato

potrà ancora infliggermi.

E della sinagoga della mia infanzia resta soltanto il cielo che vedevo dalle finestre.

Dio, sono in guai seri.



Yehuda Amichai



L'anima che hai messo in me, Signore  è fumo  dell'eterno incendio di memorie d'amore.  Nasciamo e ci mettiamo a ardere, finché il fumo dilegua come fumo.
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categorie: pensieri di carta
martedì, 09 gennaio 2007

Sentì il cuore rullarle come un tamburo. Partì in diagonale attraverso il cortile sabbioso, diretta al punto in cui si era fermato.

Ma dio picchiò il suo pugno possente. correndo, la piccola calpestò un chiodo che aspettava con la punta rivolta in alto la morbida pianta del suo piede. il chiodo si conficcò a fondo nella carne con tuttal a foza di quel passo impaziente. Irene strillò, ululò e si gettò a terra. il bambino si spaventò e corse via. il chiodo era sporco e arrugginito, e la ferita si infettò.

Io me ne rallegrai, perchè pensavo che avesse imparato una lezione preziosa:

 correre dietro ai ragazzi non vale la pena.

 mai.



Irene Dische, La nonna vuota il sacco
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mercoledì, 06 dicembre 2006

Antigone non abita più qui. Prologo.

Eccoci. Questi personaggi stanno per rappresentare la storia di Antigone. Antigone è la ragazzina magra che è seduta là senza dire nulla. Guarda dritto davanti a lei. Pensa che tra poco sarà Antigone, che sta per uscire dai panni della giovane moretta e introversa che nessuno in famiglia prenderebbe sul serio per affrontare, sola, il mondo e Creonte, suo zio nonchè re. Pensa che sta per morire, che è giovane e che avrebbe voluto vivere. Ma non c’è niente da fare. Il suo nome è Antigone ed è necessario che interpreti il suo ruolo sino alla fine... E quando il sipario si alza, sente di allontanarsi, ad una velocità vertiginosa, da sua sorella Ismène che chiacchiera e ride con un giovane, da noi tutti, che la guardiamo tranquillamente, da noi tutti che non dobbiamo morire questa sera.

Il giovine col quale parla la bionda, la bella, la felice Ismène è Hémon,