Del silenzio
Come ogni cosa di questa nostra camaleontica esistenza, anche il silenzio ha mille contenuti.
Quello delle persone che ti dicono che non ti parleranno mai più.
Quello delle persone che ti dicono che fai la differenza e poi gli muoiono le parole per spiegarti in cosa
Quello delle persone a cui tieni che scompaiono dalla tua vita e le loro vite non ti devono più interessare
Quello suo che un giorno mi ha detto ci rifletto, e se non avessi smesso di pormi quesiti, ad oggi cercherei ancore risposte. Ché, come al solito, semplicemente sbagliavo domande.
Quello che ti prendi per non dire quello che pensi in quel momento, perché in cuor tuo sai che quella è solo una parte della verità
Quello che ti prendi per non ferire
Quello che ti prendi per osservare come vanno le cose
Quello che non riesce comunque a coprire il rumore dei tuoi pensieri.
Quello delle cose che è meglio dimenticare
Quello delle cose a cui non riesci ad attribuire parole che ti sembrino adatte
Quello di quei momenti che vorresti spiegare, ma poi ci rifletti e sembra che la cosa detta, ne venga svilita, e allora rinunci,
e in silenzio,
ritorni alle parole.
un'altra pasquetta è andata.
ad un'altra pasquetta son sopravvissuta.
ogni anno, o quasi, con persone diverse.
gruppi che hanno in comune una cosa, per gli abissi di differenze che li separano: sono composti da persone che si conoscono da una vita.
e io anno dopo anno finisco con il guardare vecchi filmini, vecchi ricordi, vecchie foto.
mi ritrovo a sbiciare nelle vite altrui chiedendomi cosa io facessi nello stesso periodo.
la loro estate al mare; il mio primo lavoro.
i loro baccagliamenti; il primo fidanzato che mi ha lasciato.
il loro capodanno a casa e il mio, a sciare.
e anche quando non sono amici più giovani, ma sono i miei coetanei, ancora altri ricordi, altre foto altri vecchi ricordi.
e io,
io che entro ed esco nelle vite altrui, popolandole per un pò prima di scivolare via,
io non ci sono mai.
dove ero io, quando gli altri si incontravano e giocavano e uscivano e si conoscevano e ridevano e scherzavano?
dove ero io quando crescevano?
dove ero io?
io non ero neppure ai margini dell'inquadratura.
dove ero io?
non ero neppure dietro l'obiettivo.
dove ero io?
io semplicemente non c'ero.
dove ero io?
C’è supereroe e supereroe.
E ci sono problemi e problemi.
E responsabilità conseguenti.
In principio, forse, fu l’atomo.
O l’energia atomica, o le radiazioni.
Radioattivo era il ragno che morse Peter che poi sarà Spidermen.
Radioattivo l’incidente che porta alla nascita sia dei Fantastici Quattro che di Dr. Manhattan.
Tutta la storia di Watchmen è incentrata sulla paura di una terza guerra mondiale e sullo scongiurare il pericolo di un conflitto nucleare.
Supereroi che a volte non sono altro che persone normali che celano dietro lo spessore più o meno sottile di una maschera più o meno complessa la loro umanità, come Batman o Devil.
Dalla mutazione radioattiva a quella genetica, per stare al passo coi tempi.
Gli X-Men.
Superman, l’unico che ha superpoteri per nascita, viene fuori, come prodotto commerciale, e dopo svariati rifiuti, nello stesso anno in cui Hitler ordina agli ebrei di rendere dettagliatamente conto di ogni loro affare.
E oggi?
Quali sono le nostre paure?
Esistono supereroi per combatterle?
Ditelo con i fiori.
Si fa presto a dire, ditelo con i fiori.
Per lo più si sceglie di mandare un univoco messaggio, giusto a scanso di equivoci.
Ma questo, a onor del vero, non è un messaggio.
E' un discorso.
Del quale, sempre a onor del vero, ammetto di aver perso in parte qualche pezzo.
Però son curiosa.
E mi metto di fronte al mio mazzo di fiori.
Certo, che, date le dimensioni, non so neppure quale sia l'incipit...
Forse la chiave sta nei colori?
Rosso.
Quello della passione o quello della collera?
Bianco.
Della perfezione trascendente.
Arancio.
Un tocco di lussuria.
Mah.
I lillà mi parlano di emozioni, le rose di passione e spiritualità, ma anche di pazienza, come le gerbere; il lilium accenna all'innocenza; la calla rimanda alla raffinatezza.
Dell'eucalipto non so che dire, se non che mi piace.
Rimane il turbamento della sterlizia, il rifiuto capriccioso della bocca di leone, l'aridità della gessofila e il sussurro di solitudine dell'erica.
Il tutto completato da innumeri foglie di felci.
E la felce, caso o volontà, è sinonimo di mistero.
Di altri fiori non distinguo il richiamo.
E di certi richiami, non seguo il discorso.
Comunque sia, grazie. (anche da parte di D.)
Il Tempo Che Ho
Chiedi alla polvere.
La mia saprebbe dire tante cose.
Ogni volta che provo a eliminarla mi inganna e si sposta solo di uno scaffale o due.
Mi ci sono affezionata, alla fin fine, alla mia polvere; mi dà come l’impressione che si ricordi tutto quello che io ho finito con lo scordarmi; come se quello che non ho saputo trattenere alla fin fine si fosse sbriciolato e caduto in terra.
Tutto il tempo ai miei piedi.
Il mio tempo è nei particolari.
In ogni cosa che mi capita sottomano e alla quale cerco disperatamente di trovare un posto, per lo più senza riuscirci.
Il mio tempo perso per strada lo ritrovo in tutte quelle foto che circolano per la mia stanza, allo stato brado, anche loro indomabili nella mia affannosa quanto vana ricerca di ordine.
Scorrono i luoghi; gli spettacoli; stesse facce e diverse epoche.
Sempre più indietro.
A ritroso ritrovo vecchi fidanzati, vecchi amici. Ognuno si è trasformato in un tempo nuovo.
Ritrovo il tempo in cui credevo di credere in qualcosa.
Sempre più indietro.
Ritrovo i compagni di scuola, il tempo dei banchi e delle cartelle e delle lavagne.
Sempre più indietro.
Io da piccola.
Un tempo che non era mio, quanto più di quelli che mi circondavano.
Era quel tempo che tende a finire quando spariscono le persone e le figure che lo popolano.
Sempre più indietro.
Le foto in cui nemmeno ci sono.
Quelle in cui nessuno poteva neppure immaginare che io ci sarei stata.
Quelle di mio padre bambino.
Di mia nonna bambina.
Ecco il mio tempo.
Ecco il tempo che ho.
Ecco il tempo che sono.
Nell'orto non abbiamo più memoria del tempo delle mele, degli asparagi, dei carciofi, dei fagioli freschi, ma ci affidiamo all’estro sciamanico del fruttivendolo; El me daga un melon, ma bon'
Com'è chiaro che lui sa che ce ne sono di cattivi e li da ad altri clienti.
E io ? Sono tanto diverso ? Io che vado a prendere a prestito le parole dei poeti che sono morti o di altri vivi, ma che parlano con lingue evocative.
Io e i biscottai abbiamo la stessa ansia di esser conosciuti non come nuovo, ma antico, quindi degno di fede.
Per la stessa ragione c'incantiamo al recupero di preziosi manufatti, di architetture e siamo timorosi verso ciò che è nuovo, rivoluzionario, non sappiamo mai dire se è bello o brutto.
…
L'attore è un corpo antico, fondato sul lavoro, il suo e quello degli altri.
Ci vuol memoria anche per trovare voce, gesti,
azioni per dar vita a tutto questo su una scena.
…
Su uno svincolo mi molla la macchina, che sia finito il viaggio? Ma dove sono finito, che Italia è ? E Nord o Sud ? Sarà mica Centro ? Perché in questi momenti uno deve trovarsi sempre in una selva oscura?
Cerco un distributore del gas.
Mi hanno detto «dopo il bivio»; quanto «dopo il bivio»? E se l'ho già passato?
Ma perché i distributori del gas li vanno a mettere nei posti più lontani
Quasi sempre poi c'è anche almeno un cane, i famosi cani del gas che non si scansano quando arrivi, tanto lo sanno che ti fermi in tempo.
Hai fretta? Va' a benzina.
Io ho fretta, non ho benzina, non ho gas e ho paura che chiudano. Non vedo niente, nevischio e acqua.
Ma dov'è l'insegna ? Di colpo capisco che è qua e freno. Per forza non ho visto la luce, cercavo un'insegna in alto e l’unica luce era un paracarro al neon che forse da nuovo era bianco, ma adesso è maron.
Fa cosi freddo che non smonto neanche dalla macchina, anche se mi vergogno di stare li al caldin e di non socializzare almeno un po', è da stronzi starsene seduti al caldo così. Allora tiro giù due dita di finestrino: - II pieno ! - Dalla fessura vedo il cane: è un gas, di razza, lo vedo da come si muove intorno alle ruote, mi timbra l'anteriore destra con due gocce. Sono sicuro che mi ha catalogato; questo è uno stronzo che non scende dalla macchina, allora per mostrargli che non è vero tiro giù tutto, mi entra la neve, non importa.
Arriva la benzinaia, il timbro e pago. Mi sbaglierò, ma a vendere gas non si diventa ricchi, ti resta però un bel po' di tempo per guardarti attorno, e poi qualcuno deve farlo.
Gli uomini e le donne del gas sono tra i custodi di questo tempo meticcio che ci aspetta e dai loro cani ho rubato lo sguardo per questo viaggio.
Dopo anni di visione frontale ho ricominciato a guardare di lato, per farlo ho rallentato, mi lascio superare, non freno, ma navigo a vista.
Marco Paolini
I CANI DEL GAS
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DESIDERIO
Mi avvolgano ali, senza racchiudermi.
Il mio spirito aperto, non in me ripiegata.
Non dietro a una spalla, al sicuro protetta,
ma fianco a fianco contro il vento in bufera.
Blaga Dimitrova, 1958
perché dicono che oggi sia un buon gesto recitare una poesia al proprio vicino.
Silvia mangia un panino.
Anche se questo compromette la sua linea, peraltro già compromessa.
E intanto pensa che è meglio avere appetito che non averne.
Perché in fondo non è una persona tanto spiacevole.
O quantomeno, sa di non valere molto, ma ha abbastanza amor proprio da non dover cercare ad esempio in un libro motivazioni sufficienti per aumentare la propria autostima.
Silvia alle volte sta un po’ ai margini.
Preferisce guardare gli altri che si agitano.
Per questo tanti credono di capire quello che pensa e prova, perché in fondo è un po’ prevedibile.
Quindi ciascuno pensa di sapere bene chi lei sia, ma più ne è convinto, e meno ne sa.
Silvia non ha molta fiducia nelle persone; o meglio, prende chi la circonda sempre e comunque con il beneficio di inventario.
Non ama difendersi; pensa che essere inermi sia l’unica arma.
Poi, a volte incontra sul suo cammino persone che lasciano un segno.
Ognuna a modo proprio, nel bene e nel male.
E ogni tanto alcune di queste le ridanno fiducia in qualcosa.
È convinta che si nasca soli e soli si muoia, ma è altrettanto convinta che nel frattempo ogni incontro sia un regalo, un occasione di imparare qualcosa di nuovo o per riscoprire se stessi.
È convinta che sia lecito non avere regole da seguire per esempio, in amicizia e in amore.
È convinta che amare non sia necessariamente da coniugare in modo tale da far rima con soffrire.
Ma sa anche che ogni convinzione non può essere un alibi o un paravento.
Silvia ha dei progetti in testa, ma è un po’ stufa.
Avrebbe bisogno di una boccata d’aria fresca.
Tutto qua.
...vengo colta dal sacro furore dell'apprendimento.
quindi
contemporaneamente,
decido:
di imparare la cucina etnica orientale, con grande attenzione a sushi e sashimi
di improntare la mia tesi sulla modificazione stilistica della raffiugurazione dell'incontro dei tre vivi e dei tre morti fra XII e XIII secolo
di iscrivermi ad un corso di aggiornamento sui metodi di lettura e narrazione
chiunque volesse, può lasciare utili spunti su cose che potrei imparare.
Nella glaciale Uppsala, i piastrellisti in pensione si ritrovano in un romanzo ad affrontare demoni e fantasmi della propria vita.
In Piemonte, vanno a trovare gli amici, li ammazzano, squartano, cospargono di olio bruciato e poi li mettono nel forno a legna dietro a casa.
Gentile Signor Nicoletti,
le scrivo, anche se non so se mai leggerà questa mia.
E non so se la leggerà perché, facendo parte di quei blog non integrati e non integrabili, peraltro, in quella che lei definisce una ristretta cerchia di una decina di fighetti, non inserito in alcun tipo di motore di ricerca, non affiliata a nessun aggregatore che non sia la casualità, ebbene, come vede, non so come potrebbe arrivare a me.
Ho letto il suo articolo su blog, blogghisti e blogsfera.
Non è polemica la vena che mi spinge a parlarle, anzi, su molte cose lei ha anche ragione.
Mi domando però perché la realtà virtuale dovrebbe riuscire a catartizzare la realtà reale.
Siamo, fuori e dentro il blog, persone, e ricalchiamo schemi conosciuti, se non siamo interessati a romperli, oppure li ricalchiamo per approrpiarcene qualora fuori dal web non ci si senta a proprio agio.
Lei dice che “il maestrinismo di quelle/i che al liceo prendevano bei voti e stavano ai primi banchi si è impossessato di ogni sregolatezza nella blogsfera”. Si figuri che a me pare il contrario; o forse mi pare solo che quelli degli ultimi banchi bbiano un po’ sgomitato per venire avanti, e quelli dei primi retrocedano dandosi arie da ribelli.
Ma non si illuda che tutti i blogghisti lo facciano per amore di notorietà.
Il mio blog per esempio nasce nell’anonimato e nell’anonimato probabilmente morirà.
Esattamente come me.
“Forse perché chi blogga vorrebbe qualcosa di più per esprimersi”, ecco come spiega il clima depressivo dei blog.
Non saprei.
Posso dirle che a me serviva solo un luogo non propriamente fisico in cui poter pensare, e tornare per ritrovare quei pensieri. Con l’aggiunta di commenti terzi che non sembra, ma nuovi spunti li danno un po’ sempre.
A me personalmente il blog ha restituito un piacere che anni di scuola erano riusciti a sradicare: quello di scrivere.
Cielo, intendiamoci, non lo Scrivere, quello dei poeti, scrittori o giornalisti, quanto quello della persona media che dà forma ai propri pensieri e scrivendoli li legge e se ne riappropria, li analizza per condividerli o disconoscerli un po’. Anche per conoscersi meglio, facendo attenzione a se stessi.
Di certo non per recitare un personaggio.
Per quelli c’è il palcoscenico, e a me basta già; quelli che si creano personaggi nella vita, preferisco guardarli da lontano, lasciandoli alla loro fatica.
Se poi qualcuno si prende la briga di fare dei blog materia prima di saggi o antologie, beh, non addosserei alla materia prima la colpa.
Ma tornando al desiderio di notorietà; si figuri che all’inizio scrivevo neutralmente, omettendo qualsiasi caratterizzazione di genere, per evitare qualunque classificazione.
Sarà anche vero che “il blog tipo … è un diario tristerrimo dove il logorio del quotidiano distrugge irrimediabilmente la voglia di vivere…”, però alcuni, a me, fanno ridere.
E pure io credo di essere un po’ cialtrona; anche se non scrivo per denaro (magari), o per commissione, tanto meno per vocazione.
Gentile signor Nicoletti, le ho detto questo, anche se dubito che lei lo saprà mai, anche perché se per caso invece ne venisse a conoscenza, allora vorrebbe dire che anche dal suk dei sottoblog…
amicizia e amico non sono la stessa cosa.
e a volte non puoi credere ad entrambi contemporaneamente.
quelli sociologici non sono mai politicamente corretti.
morbosi, forse.
soprattutto se reiterati.
Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l'erba
diventa un sentiero.
Blaga Dimitrova, 1974
ad alcune persone non riesci neppure ad augurare una vita più squallida di quella che conducono senza accorgersene.
"Questo taxi non ha un buon odore."
Ecco il primo pensiero di Magda rigidamente sistemata sul sedile posteriore della macchina.
Un odore strano, come di salsedine. O acqua di mare; l'odore acre delle banchine del porto.
"Insomma, puzza di pesce."
Magda non provava forte simpatia per i pesci.
Li aveva anche eliminati dalla sua dieta personale. Così viscidi appena comprati, laboriosi da far preparare, così bianchi da cotti, e a rischio continuo di far ingerire delle lische e morire soffocati in rantoli veramente poco eleganti.
Il suo primo pretendente era dei pesci.
Una Storia finita non bene.
Seguirono un paio di acquari.
Due storie finite male e malissimo.
(Da ciò la decisione forse inconscia di porre fine a qualunque contatto diretto o indiretto con qualunque cosa avesse a che fare anche vagamente con qualcosa che a sua volta avesse una parvenza ittica).
Per fortuna Magda non credeva nell'astrologia.
"E adesso Gordon che mi va a scivolare su un Pesce!!!"
Assorta nei suoi pensieri Magda ad un certo punto coglie come una nota stonata, o almeno, talmente più stonata rispetto alla stonatura generale della giornata, da riuscire ad essere colta da lei nonostante tutto..
"Ehi!!! ma che sta facendo?"
a proposito di tempi di recupero...
Ci sono occasioni in cui il sonno coglie il maschio medio, (e so che con medio falso già i dati di partenza), in modo tale che pare quasi impossibile che non riesca ad addormentarsi nel breve tragitto da casa vostra a casa sua.
Gli occhi gonfi, stanchi, arrossati.
Un vago russare aleggia nell'abitacolo, incurante della vostra scollatura o del vostro spacco, delle vostre autoreggenti e gadgets similari...
uaaahhhhaaaaaggghhh,gmhmhmgngn gmmggngng
Parecchi sbadigli e qualche mastichio impastato.
"scusa sai, è che è stata una giornata pesante... non pensavo... non volevo..."
altri sbadigli e biascichii e impastamenti.
Voi impietosite, augurate meste la buonanotte e vi separate dall'amato bene, scrutando con vaga preccupazione i fanali posteriori allontanarsi e la loro luce rossa farsi sempre più flebile, nel timore di vedere la macchina sbandare per un colpo di sonno del conducente.
Magari è da poco passata la mezzanotte, e voi come novelle cenerentole terminate la votra serata, sempre con il pensiero rivolto all'amato bene, che poverino, chissà, mentre voi state leggendo, forse già sta dormendo.
Il giorno dopo, chiedendo
per caso se ha fatto buon sonno, ci sono ottime probabilità che vi venga risposto:
"ah, sai quella macchina che ci è passata vicino mentre scendevi?"
"si?"
"no, niente, me la sono ritrovata sotto casa"
"..."
"Oh, non ci crederai, era un mio amico che non vedevo da anni..."
"..."
"abbiamo parlato fino alle due, poi abbiamo pensato bene che era tardi"
"e siete andati a dormire visto che avevate tanto sonno?"
"No, siamo andati a farci una bevuta al pub. Poi si è fatto veramente tardi, saran state le quattro, e uscendo abbiamo incontrato un amico comune"
"..."
"Così ci siamo messi a parlare un pò..., e allora si è fatto veramente veramente tardi; meglio, presto, perché erano quasi le sei, e allora abbiamo pensato bene di andare all'autogrill a fare colazione".
"Ah. Vabbè. Ci vediamo stasera?"
"Che, scherzi? ho un sonno boia..."
Julie era stata concepita in treno, una di quelle avventure dalle quali Erica Jong avrebbe poi attinto per scrivere best sellers per mature casalinghe. Ma fu concepita su un treno in Italia, nacque, di conseguenza, in ritardo di parecchie ore, che recuperò in seguito grazie a costose sedute di riabilitazione, ma mai del tutto. Era sempre in ritardo, anche nel comprendere le cose.
"Mio Dio, com'è tardi!" si disse affrettando il passo all'uscita del metrò dopo aver chiesto l'ora ad un signore in trench, bombetta e, naturalmente, nient'altro addosso. Altra peculiarità di Julie era quella di attirare su di sè le attenzioni di maniaci, esibizionisti e signori attempati in cerca di rivalsa. Gordon era naturalmente tra questi ultimi. Gordon però, almeno, era cortese con lei. La signora Magda, invece no. Aveva capito subito quali fossero le segrete aspirazioni del marito, e ne addossava a Julie tutte le colpe. Su di lei ne scaricava le responsabilità.
Aprì la porta di casa e vide il biglietto, lo lesse e cominciò a cercare la signora, poi realizzò che la nota ne giustificava l'assenza. Che non ci sarebbe stata una festa di compleanno. Che avrebbe dovuto telefonare ad almeno una decina di persone. Lo odiava, lei, il telefono. Quanto a Gordon-clinica-pesce-rotto, fu un'informazione assolutamente marginale, di quelle che spesso ci attraversano senza lasciare traccia alcuna, ma che poi improvvise s'accendono e risplendendo d'inquietante luce propria ci rivelano il nostro essere davvero alla frutta. Fu così per Julie, che nel mezzo della seconda telefonata (la prima con Rebecca Lewis l'aveva sfangata con un semplice quanto efficace - la signora Magda dice che c'è un contrattempo, se ne scusa e richiamerà lei per spiegazioni maggiormente dettagliate.-), quella con Marjorie Connors, s'inceppò in un -la festa non c'è più, la signora Magda nemmeno..no!..cioè..non che se ne sia andata, morta..ossia, se ne è andata nel senso che non c'è più. Oh mio dio! no signora Connors è solo uscita,credo.-
Julie sentì distintamente una goccia di sudore freddo correrle giù, lungo la schiena, quantunque fosse inverno pieno. Il pensiero di almeno altre otto telefonate come quella la stordiva ancor di più.
"oh Gordon, Gordon..ma come è mai potuto succedere..oggi, poi. il giorno del mio compleanno." Andava pensando la signora Magda Farrow, mentre si reggeva forte alla maniglia della portiera del taxi. "...Alla clinica americana, a Hove, Eaton road..presto, la prego." Questo aveva detto entrando svelta nell'auto. Il tassista più folle del regno unito anche quel giorno aveva trovato la sua vittima.
prima puntata
che un proprio pensiero ha lasciato la sua natura di carta e ha raggiunto la fine del mondo.
e ritorno.
come un messaggio di fumo.
smettere di chiedere a tutti quelli con cui devo approntarmi a fare un viaggio in macchina, con sguardo luccicante e sorriso idiota:
"allora cosa preferisci, davanti o dietro?"