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martedì, 09 giugno 2009

magic number di 'sti ciufoli

Il mio primo cellulare


L’ho preso con i punti della benzina.


Era uno di quei motorola bluette con sportellino apribile.


A me lo sportellino è durato qualche anno, visto che il telefono, lo uso assai poco. E chi mi conosce bene, lo sa. Chi mi conosce poco, non lo capisce ma si adegua e quelli che non mi conoscono ma vorrebbero farlo (o almeno, così asseriscono) se ne fanno un cruccio fino a raggiungere il parossismo della maleducazione nel vano tentativo di redimermi.


Dopo la rottura dello sportellino, mi son comprata (azzardando un passo a dir poco enorme per me anche se infimo per la storia dell’umanità…) uno di quei nokia, non so se avete presente, quelli base, compatti, tenaci, di quelli che se ti cadevano nelle fogne gli uscivano le pinne, gettavano il rampone e scalavano gli scarichi pur di tornare da te.


Sono riuscita a far scadere la scheda vodafone che avevo dentro, a furia di non ricaricarla, talmente spesso io uso il telefono.


Ma è ormai il 2005, ormai hanno quasi tutti cellulari che servono la colazione, tengono compagnia con performance teatrali, fanno saltare fuori nani e ballerine e foche ammaestrate per il giubilo dei clienti.


E io, nel novembre del 2005, mi compre un portatile.


Meglio, ce lo compriamo io e mio padre. Due oc identici, che in OMAGGIO recano con se addirittura nientepopodimenoche: DUE VIDEOFONINI


Esatto signori. A casa PDC ben due (o 4 che dir si voglia) innovazioni tecnologiche in una botta sola (la prossima avverrà nel 2008, con la vincita da parte della augusta genitrice grazie ad un concorso della Stampa di ADDIRITTURA un lettore dvd)


E qui inizia il germe della storia che andrò a raccontare.


Ma veniamo ai giorni nostri.


O meglio al giovedì di ormai tre settimane fa, quando rientrando a casa dopo aver fatto la spesa, un paio d’ore prima di partire alla volta del lago di garda per un lavoro, aprendo la porta, mi scivola di mano il cellulare.


Destino vuole che a fronte di una stupida caduta, questo rincoglionito aggeggio si separi in due.


Tenete presente che parliamo di un modello LG U8330, eh.


Si separa in due, tranciando la scheda che collega la parte superiore a quella inferiore.


In un attimo ho capito che avevo appena perso con ogni probabilità tutti i dati che avevo in memoria, perché conoscendomi, tendo sempre a supporre il peggio, ovvero che tutti i dati fossero sul videofonino e non sulla sim (non vi terrò sulle spine, si, ho perso tutti i dati, tutte le fotine tutti i numeri…ma vabbè.).


MA io, stolta donna, corro di sopra memore del fatto che nascosta in qualche anfratto della magione c’è la seconda scatoletta con un altro videofonino identico pronto ad essere utilizzato.


Ehhhhhhh


No.


Troppo semplice sarebbe. I telefonini 3 vengono venduti con la loro sim, e altre sim non possono leggerle, ma neppure dello stesso gestore eh.


Intelligente.


Corro al negozio tre, dome mi rendono edotta del fatto che o compro un altro telefono, o faccio sbloccare quello.


Mi piace l’idea di sbloccare, perché voglio dire. Ho un telefono integro, perché mi deve essere impedito di utilizzarlo?


Con il mio vecchio numero, ovviamente.


Mi dicono, ritorni la prossima settimana.


Ed io la settimana dopo, torno. Con il mio pacchettino di cellulare rotto, nuovo, in modo tale che possano darmi la documentazione.


Ma al negozio hanon fatto ponte, mi dicono, torni dopodomani, ma non si preoccupi, che la spedizione del cellulare la facciamo noi.


E io torno. E mi dicono che devo telefonare al 133 dove mi daranno un numero di sblocco.


E io telefono. La prima volta mi dicono che devo attivare obbligatoriamente la sim del telefono integro, altrimenti non me lo possono sbloccare.


E io, attivo.


E  ritelefono, dove mi dicono che se non ricevono un fax non possono inoltrarmi nessun numero.


E allora vado in negozio dove telefonano loro e se ne evince che devono mandare documentazione POI io ritelefono, loro mi danno un codice e FINALMENTE può partire lo sblocco, sempre che il cellulare abbia più di 18 mesi.


Cavolo, è del 2005, non lo fanno più dal 200. fai tu.


Intanto è passata una settimana e io devo ripartire alla volta del lago di garda.


Peccato che sul lago di garda io riceva una telefonata di mia madre che mi dice che han telefonato dalla tre dicendo che la pratica deve essere cestinata a causa della mancanza della fotocopia della carta di identità.  A domanda di mia madre sul perché, la rispostaè: dobbiamo cestinare per la privacy.


E QUI, UNO SI DOMANDA GIA’: PER LA PRIVACY? MA SE MI HAI APPENA TELEFONATO PRENDENDO IL MIO NUMERO DI TELEFONO DA UNA PRATICA, IMBECILLE, LA PRIVACY MI PARE SI SIA FATTA ANDARE A BENEDIRE.


Ma tant’è. Rifacciamo la trafila.


Tanto, la mia vita sociale aveva giusto bisogno di un’impennata neh.


L’altra mattina, mi telefonano dalla tre.


E mi dicono.


LA SUA PRATICA NON PUO’ ESSERE PORTATA AVANTI.


Ah. No?


NO, perché RISULTA CHE IL SUO TELEFONINO è STATO ATTIVATO POCHI GIORNI FA


E me lo avete detto voi di farlo


E MA COSI’ RISULTA ACQUISTATO L’ALTRO GIORNO


Ma le ho detto che l’ho comprato nel 2005


QUI RISULTA CHE QUELLO COMPRATO NEL 2005 è QUELLO ATTIVATO NELLO STESSO ANNO


Eh, appunto comprati insieme stesso giorno


DOVREBBE DIMOSTRARCELO


Mi scusi, ma secondo lei che tipo di perversione mi porterebbe a sprecare tempo e fatica per cercare di convincerla di aver comprato un cellulare nel 2005, mi sfugge sa?


CI DOVREBBE FAR PERVENIRE UNO SCONTRINO


Sta scherzando? Uno scontrino del 2005? Ma lei ha idea? Ho avuto anche altro da fare che non tenere uno scntrino di 4 anni fa. In 4 anni cambiano della cose, cambiano le case, muoiono persino delle persone, lei pensa veramente che io abbia pensato di tenere uno scontrino fetido perché un giorno sarei arrivata alla psicopatia di dover dimostrare di aver comprato un cellulare ne l 2005, lo capisce che è folle?


LO CAPISCO


Mi fa piacere che mi capisca.


MA E’ LA PROCEDURA. CI FACCIA PERVENIRE I CONTRATTI.


No, lei non capisce, a me non hanno dato assolutamente nessun contratto. Al massimo può avermelo fatto per il cellulare vecchio


ALLORE CE N’E’ UNO VECCHIO E UNO NUOVO


No, sono tutti e due vecchi solo che per comodità per me quello nuovo è quello che funziona e quello vecchio, quello ridotto ad un colabrodo


(intanto il tono era già ampiamente alterato, diciamo che la conversazione poteva essere percepita chiaramente oltre la soglia di casa mia)


quello che non capisco signora, a parte il fatto che lei mi capisce e che è la procedura, è il fatto che non le sto chiedendo cose strane, non le sto chiedendo di cambiare gestore, non le sto chiedendo di ficcare nel vostro telefonino una scheda nemica.


Mi pare incredibilmente stupido avere due telefonini UGUALI con due SIM della TRE e non poter far nulla per poterne usufruire liberamente.


PUO’ FAR PERVENIRE LO SCONTRINO.. VADA AL NEGOZIO


Signora, il NEGOZIO NON C’E’ PIU’, son passati 4 anni. 4 ANNI.  Non 4 giorni. Non 4 mesi. Ma 4 anni.


PUO’ PROVARE A CHIEDERE I CONTRATTI AL NEGOZIO DOVE HA FATTO L’ATTIVAZIONE


Ah… signò, ma allora non ci capiamo a me non mi ha fatto firmare un bel nulla. In che lingua glielo devo dire


LA CAPISCO MA NON LA PRENDA COSI’, MI SPIACE SENTIRLA ALTERATA LA CAPISCO


No, non me lo dica più la prego, perché mi scusi, sa ma qui è tutto così tremendamente ottuso.. davvero, ma neppure nelle migliori piece del teatro dell’assurdo ho mai visto una situazione così ridicola. COMPLIMENTI…


(e qui intanto il tono della conversazione aveva raggiunto toni tali che poteva essere percepita chiaramente anche dalla strada oltre i doppi vetri, naturalmente, chiusi)


almeno potete tenere un attimo aperta la pratica finchè non troviamo una soluzione?


MI SPIACE LA PRATICA LA DOBBIAMO CESTINARE, PERO’ DAVVERO SE LEI CI FA AVERE LO SCONTRINO NOI RIAVVIAMO IL TUTTO E VELOCEMENTE NE VERREMO A CAPO


In alternativa?


DEVE LASCIARE PASSARE 18 MESI


18 mesi? Senza telefonino? Cos’è, umorismo inglese? No, perché non lo capisco.


LA CAPISCO, MA PURTROPPO E’ LA PROCEDURA, BUONA GIORNATA


Eh, buona, si. Buonissima.


Vado al negozio tre.


Dove il gentile omino preposto, per l’ennesima volta, prova a risolvere l’ingarbugliata matassa.


Matassa che però rimane indecorosamente ingarbugliata.


 


Se non faccio pervenire lo scontrino dell’acquisto del pc loro non possono credere che sia stato acquistato nel 2005.


Ma io mi dico, ok, ma sullo scontrino se non c’è scritto che in omaggio c’era il cellulare, a voi, a conti fatti che differenza fa? Potrei aver prodotto uno scontrino qualunque di un negozio che per altro ha cessato l’attività da anni.


Io non vi porto lo scontrino, ma voi non potete andare sulla parola.


Eh, sa, per la garanzia.


Ma se vi dicessi che me  ne strafotto della garanzia? Che voglio solo che mi sblocchiate questo maledetto cellulare? Eh no, la procedura.


Una procedura alquanto demenziale, però.


Così adesso ho una sim col mio vecchio numero per il cui funzionamento necessito di un cellulare, di un cellulare che mi piaceva e sapevo usare che non posso usare con la mia sim, e in più un nuovo numero telefonico che devo mantenere in vita per 18 mesi eventualmente.


Io, che a malapena uso un cellulare. Che ho fatto e ricevuto più telefonate in queste settimane verso e da negozio Tre e centro assistenza che in tutto il resto dell'anno.


A questo punto, voi non mi sbloccate il cellulare, e io devo cambiare telefono.


Ma se mi obbligate a cambiare telefono, allora cambio anche gestore  e inizio la pratica per la portabilità del numero.


e che cribbio.


 


Se qualcuno è riuscito ad arrivare fino a qui, quale gestore mi consiglia?

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 18:18 | link |in line commenti (28) pop up commenti (28)
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Più riguardo a Malinverno



io non lo ricordo più quando è stato il primo sguardo posato su malinverno.

sul blog intendo. bisogna risalire al (fatidico) 2004.

ricordo in sequenza un post sulla piccola giulia e la pozione per far crescere alberi di fidanzate.

ma forse l'imprintig me lo ha dato questo post.

che poi, il blog di malinverno è tante cose. è gianni malinverno; quello che mi ha fatto pensare finalmente dei racconti in cui si parla di una silvia. adesso potrò dire che mi chiamo silvia - come quella di Leopardi?- no, come quella di malinverno.

sono le fulminanti battute della serie "ascoltate sull'autobus".

e sono i vari racconti malinconici, quella stessa malinconia che abita anche nel mio cervello. per quello, forse, quel riconoscere un'affinità che non so spiegare (come entrare in una casa arredata perfettamente a tuo gusto, una cosa del genere) è scattata la scintilla dell'ammirazione.

perchè malinverno non scrive come chi vuole diventare scrittore.

malinverno è

uno scrittore.



c'è chi è solo perché non sopporta più gli altri e c'è chi è solo perché gli altri non sopportano più lui.

Gianni Malinverno era solo perché tutti, chi prima e chi dopo, se ne erano andati.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 10:43 | link |in line commenti (3) pop up commenti (3)
categorie: pensieri di carta
martedì, 02 giugno 2009

pensieri & cantine

in certe sere, che ancora sere non sono, ma momenti di passaggio fra un tempo prima, decisamente giorno e uno dopo, decisamente sera.

in quel momento che è spostamento da un luogo all'altro.

quando fuori fa caldo come se fosse estate, ma i pollini che circolano tradiscono una primavera prepotentemente tardiva.

passare per le strade e sentire all'improvviso una bava gelida di umido di una cantina uscire e aggrovigliarsi alle gambe, quasi a risucchiarti come un vortice di corrente nel mezzo di un fiume.

ecco, così.

così, casualmente, con nelle orecchie nothing really ends, mi sopraggiunge il ricordo di qualcosa.

di qualcosa che è qualcuno.

di qualcuno che sei tu.

ma non è neppure del tutto vero.



non ti manca un uomo? mi chiedono

uno? uno qualunque? no.

uno specifico? neppure.



a volte

mi manca un piumone rosso in un inverno di mille anni fa

o

mi manca una maglia a righe

o

mi manca uno stupido gatto rosso che mi si addormenta sulla pancia



ma più che altro, mi manca la sensazione, la percezione di me che avevo in quei momenti.

mi manco io.



così, lo ammetto, di sopresa, il pensiero mi coglie.

poi la canzone finisce

il passo mi porta oltre la carezza gelida

ed io,

io mi scanso.















pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 00:26 | link |in line commenti (21) pop up commenti (21)
categorie: posologia della vita quotidiana
martedì, 26 maggio 2009

Stefania Bertola.

è una delle scrittrici che adoro.

quando apriamo un libro abbiamo a volte bisogno di cose diversissime.

a volte, è lo stile di scrittura che ci entusiasma. altre, è la capacità di creare intrecci, il ritmo, le descrizioni.

a volte apriamo un libro per tuffarci in un chilometrico avvicendarsi di pagine, oppure ci dedichiamo abrevi racconti.

ma quando apro un libro della Bertola, il novanta per cento delle volte, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, io trovo delle risposte.

a volte trovo risposte a domande che non immaginavo fossero lì ad attendere proprio quella risposta.

e quando apro un libro della Bertola, so di certo che ne uscirò guarita.

non c'è pretesa alcuna nei suoi libri. non si fingono quello che non sono. non si travestono.

sono sinceramente e genuinamente e onestamente e sfrontatamente taumaturgici.

sono catartici. 



Più riguardo a Ne parliamo a cena Più riguardo a Biscotti e sospetti Più riguardo a Aspirapolvere di stelle Più riguardo a La soavissima discordia dell’amore
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venerdì, 22 maggio 2009

di gravità e strappi nelle mappe di mondi

non son buona con le parole.

si ingarbugliano in immagini mute.

mi girano nel cervello, abbastanza nitide, ma al momento di essere posizionate in fila le une dietro alle altre, sono indisciplinate come scolaresche in gita. e io non ho abbastanza polso per governarne la naturale predisposizione allo sparpagliamento.

per questo ieri alla presentazione del libro ho lasciato che le parole degli altri mi attraversassero un pò.

così, per vedere se incontravano ostacoli o se la via era sgombra se cozzavano contro qualche organo interno oppure se sono vuota e consunta chissà, ormai rinuncio a fare ipotesi.



Gravitazionale questo è il nome di quel peso che mi sento  sempre sopra il cuore sopra la mia testa che è ormai stanca di pensare al mondo e al quel suo girare...



passano gli anni. la gente si sposta ma non troppo torna sui suoi passi, spesso falsi, la vedi agitarsi. quello che ho imparato, è non curarmene troppo.



sedermi a riva.

aspettare che qualcosa accada.





non ti allontanare da te in memorie che non ti appartengono....



sono le frasi che non ho mai detto a rendermi fragile...




in certe sere te ne rendi più conto che in altre.

che non parli perchè non è che non hai nulla da dire, ma sempre più spesso ti ritrovi con cose che non puoi più raccontare.



forse hanno dimenticato la mia esistenza un'interferenza alle loro abitudini...



ma io son sempre stata a lato. ormai mi si percepisce solo se sono a lato.

appaio a casaccio, ogni tanto scompaio.

mi chiedono chi aspetto. e chi lo sa. io aspetto sempre qualcuno o qualcosa. ho fiducia nel fatto che si farà riconoscere.

ascolto cantare

canticchio

conosco i testi

conosco le parole

conosco le persone

conosco alcune delle storie

prendo tutto nella mia testa accartoccio sparpaglio.

come la carta vetro alcune cose ti entrano dentro e ruvidamente ti rendono liscio e lucido.



si precipita per un difetto, è la giustizia della gravità. cadere è naturale ma rialzarsi è una scelta.





le parti in corsivo arrivano da brancichi di  Alexander Macinante, "Gravitazionale" "Spettacoli Viaggianti" e "DestinAzioni".



conoscete?



no?



e che aspettate a comprarli :-)
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martedì, 19 maggio 2009

Fiera Dei Libri.

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 01:00 | link |in line commenti (3) pop up commenti (3)
categorie: fiera dell ibro
venerdì, 08 maggio 2009



la mia stella polare punta a nord-est.

evidentemente ogni bussola ha la sua peculiare sfasatura che calibra il percorso verso la giusta destinAzione, quella che tu non conosci, ma che è fatta per te.



e se io certi giorni non mi trovo, è solo perchè sono semplicemente trecentocinquanta, quattrocento chilometri più in là.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 00:11 | link |in line commenti (13) pop up commenti (13)
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domenica, 03 maggio 2009

come evitare l'avvelenamento da stronzi

Più riguardo a Il metodo antistronzi

NON MISCHIATEVI AI BASTARDI: LEONARDO DA VINCI AVEVA RAGIONE




Questo in sintesi il consiglio di Bill Lazier: informatevi bene prima di accettare un lavoro.

Cercate di scoprire se state per infilarvi in una tana di stronzi, e se la risposta è si, rinunciate da subito alla tentazione di unirvi a loro.

Ha detto Leonardo da Vinci: è più facile resistere all'inizio che alla fine, che suona un pò come una massima di psicologia sociale.più si investe tempo e fatica in una cosa, anche la più inutile, sbagliata o stupida, più si fa fatica a rinunciarvi, che si tratti di un brutto investimento, di una relazione distruttiva, di un lavoro sfiancante o di un ufficio pieno di prepotenti, stronzi e bastardi.

anche se tutti sanno che le decisioni non dovrebbero essere influenzate dai costi fissi, il principio perverso "ci ho investito troppo per mollare" influenza profondamente il comportamento umano.

siamo sempre pronti a giustificare il tempo perso, la fatica, il dispiacere e gli anni che dedichiamo ad un'impresa cercando di convincere noi stessi e il prossimo che debba esserci qualcosa di giusto e importante in quello che facciamo, altrimenti non ci sprecheremmo tutta la vita.e oltre al danno la beffa: più sprofondiamo nella merda, più rischiamo di diventare stronzi anche noi



da "il metodo antistronzi" di R.I. Sutton
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 22:10 | link |in line commenti (10) pop up commenti (10)
categorie: pensieri di carta
giovedì, 30 aprile 2009

cronache dal meraviglioso mondo delle standiste

ci riprovo.

quest'anno, è la fiera di asti. vestita da corsara. a distribuire volantini e penne.



io: posso lasciarle questo volantino per una caccia al tesoro che le permette di partecipare all'estrazione di un viaggio a londra?



lui: (mi guarda e mi indica) e quelle cosa sono?.



io abbasso gli occhi, e per forza di cause maggiori, il mio sguardo incontra la prima parte anatomica ingombrante a disposizione. ammetto che per un attimo rimango interdetta. poi l'illuminazione, come san paolo sulla via di damasco... vedo spuntare una penna.



io: ah, tenga pure, è in omaggio questa.



lui: grazie signorina, lei è un angelo!



si allontana felice.

 

sospiro.

e concludo che mi ci son voluti anni e anni e anni

ma finalmente ho capito cosa vogliono da me gli uomini.

finalmente so come renderli felici.



e potevano dirmelo prima che bastava una biro eh.
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giovedì, 23 aprile 2009

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 18:04 | link |in line commenti (2) pop up commenti (2)
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mercoledì, 15 aprile 2009

mutatis mutandis (II)

e alla fine, (da qualche parte) giunge sempre una fine.



ora, siamo onesti.

la verità è che non tutte le cose finiscono perché il destino cinico e baro ci mette le spalle al muro e ci obbliga nostro malgrado a farle finire.



a volte le cose finiscono perché le si lascia finire, e ciononostante, se anche un solo individuo dicesse di no, la fine non sarebbe una fine, ma un cambiamento puro e semplice.



infine, le cose vanno come devono andare.

si fanno dei percorsi.

nel bene e nel male.

si gode del bene, si impara dal male.

e bon*, si va avanti.





le roi è mort, vive le roi.
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lunedì, 13 aprile 2009

mutatis mutandi (I)

il lavoro è lavoro.

è impiego di energia diretta a un fine determinato.

è
attività propria dell’uomo, volta alla produzione di beni o servizi.

è la cosa di cui ci si sta occupando.

e io, lo ammetto, sono anche relativamente contenta, talvolta,di quei momenti in cui mi sento soddisfatta del lavoro che faccio.

che è lavoro ma non solo lavoro,  è anche vita.

è lavoro su di se

è come capire che il pezzo di materia che ci compone

ha preso una piega diversa



il dramma mio è che a volte mi rendo conto di una nuova forma che ho preso

a volte a seguito di una ricerca, a volte comunque inaspettatamente

e vorrei dirlo a qualcuno

dire solo: guarda è cambiato qualcosa

con una sorta di sorridente ingenuità infantile

e improvvisamente

mi rendo conto non solo che non c'è qualcuno a cui dirlo nel frangente

ma che mi manca qualcuno con memoria storica di me

sufficientemente ampia da poter cogliere il mutamento.
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sabato, 04 aprile 2009

de anonimus non disputandum est

dal blog di ameya.

dove per caso trovo un risposta



C'era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un'oasi all'entrata di una città del Medio Oriente.

Un giovane si avvicinò e gli domandò:

"Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?"

L'uomo rispose a sua volta con una domanda:

"Come erano gli abitanti della città da cui venivi?"

"Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là".

"Così sono gli abitanti di questa città!", gli rispose il vecchio saggio.

Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all'uomo e gli pose la stessa domanda:

"Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?"

L'uomo rispose di nuovo con la stessa domanda:

"Com'erano gli abitanti della città da cui vieni?".

"Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!".

"Anche gli abitanti di questa città sono così!", rispose il vecchio saggio.

Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all'abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero:

"Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?

"Figlio mio", rispose il saggio, "ciascuno porta nel suo cuore ciò che è.

Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui.

Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell'altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli.

Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.

 

Nella vita si trova sempre ciò che si aspetta di trovare.. perché ognuno proietta all’esterno ciò che risiede dentro di sé.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 23:46 | link |in line commenti (13) pop up commenti (13)
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cos'è la vita. secondo noi.

il titolo è quello della serata alla cascina del racconto.

non siamo molti, in circolo.

in circolo perchè nel cerchio non esistono posizioni di preminenza.

e ci scambiamo impressioni sulla vita, e sulla felicità.



alla fine ci chiedono di riassumere cosa abbiamo desunto dalla serata.



io ho desunto che l'uomo non è fisicamente tarato per essere felice.

la felicità è un'emozione forse troppo forte per essere retta per tempi lunghi.

la serenità invece si basa sulla sicurezza, ed è una cosa che ci permette, se non minata da ansie e preoccupazioni reali o immaginarie, di godere di ciò che ci circonda negli aspetti più piacevoli, per tempi anche relativamente lunghi, benchè a tratti interrotti da altrettanti periodi non positivi.

 e poi pare che oggigiorno la felicità sia una cosa per menti semplici.

come se solo un idiota potesse essere felice

(Vattimo docet)

invece oggi come oggi bisogna essere consapevoli. e la consapevolezza esclude la possibilità di una costante felicità, perchè la consapevolezza ammazza l'ingenuità, la primigenia fonte di stupore alla quale nn so dare nome.

e quindi  ci permettiamo ogni tanto di lasciarci obnubilare i sensi

dalla felicità, come dalla passione, come da questi sentimenti forti che sono come meteore.

poi basta.

torniamo a fare le persone serie.

e moderatamente infelici e lamentose.

e percorrere i labirinti delle uniche certezze che abbiamo, come criceti in una gabbietta che corrono sulla loro ruota.



(conosco gente che sta nella su gabbietta, aperta, rifiutandosi di uscirne)



ne deduco per altro che sono una persona fortunata.

perchè sebbene non abbia portato a segno nessuno degli obiettivi che seguendo i modelli sociali farebbero di me non dico una vincente, ma quantomeno una persona normale, non nutro preoccupanti sensi di colpa.

nel senso.

non rispondo ad un modello fisico di bellezza adeguato a quello corrente.

non ho una carriera

non ho basato la mia vita sulla creazione di una famiglia, non sul partner, non sui figli

non ho neppure concluso ancora il normale corso di studi intrapresi.

sotto un certo punto di vista, sono un ipotetico fallimento.



eppure sono una persona fortunata.



per quanto possa stare male, non mi pare di poter mai dire di essere infelice.



insomma in buona fine, non è che siamo riusciti a capire cosa sia la vita, eh.

non che credessimo veramente di capirlo.

però è bello passare un paio d'ore a parlare, ascoltare persone che si raccontano.

ascoltarsi.




pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 01:23 | link |in line commenti (8) pop up commenti (8)
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mercoledì, 01 aprile 2009

pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 18:56 | link |in line commenti pop up commenti
categorie: fiera dell ibro
giovedì, 26 marzo 2009

150 la gallina canta. (roba da dare i numeri)

Lui: allora che mi dici di questo spettacolo?



P.d.C. : mah. sono in 5 pezzi su 13. 42 battute nel totale. 5 cambi d'abito. 11 entrate e uscite di scena, di cui 7 figurazioni passive nei cambi di scena in controluce.

non fai in tempo ad entrare che sei già fuori.

questo non è uno spettacolo, è una sveltina.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 13:43 | link |in line commenti (15) pop up commenti (15)
categorie: teatro
lunedì, 16 marzo 2009

ci sono sensazioni che ti si fermano in gola

come una bolla d'aria

e improvvisamente quello che dovrebbe aiutarti a respirare

ti ostruisce la via per farlo.

e allora devi ficcare una mano dentro fino ad agguantare il groviglio

umido e scivoloso

ed estirparlo

io poi ho la necessità di dare un nome ai miei grovigli

per renderli più veri

e meno pericolosi di quello che non sono in realtà.

e guardarli sciogliere sul palmo della mano.

vedere cosa rimane.





on air: Focu di Raggia Consoli - Bregovic

Allura dimmi tu Dimmi dimmi com’è Fossi fossi pirchì ‘nte minni ventu furria e ‘ntra li cosci mavaria
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 00:56 | link |in line commenti (8) pop up commenti (8)
categorie: pensieri spettinati
domenica, 08 marzo 2009

Il lunedì la testa mi vacilla

Oi che meraviglia non voglio lavorar


lunedì sa di spesa all'esselunga e di serata che striscia di piombo le dita, le braccia, che colora di nero il pavimento e di viola verde e giallo livido tutto quello che è presa sbagliata.

Il martedì poi l’è un giorno seguente

Io non mi sento di andare a lavorar


martedì è serata di leggerezza e lavoro. è serata di corso e palestra di personaggio da guardare dal di dentro, rivoltarsi come un guanto, farlo calzare a pennello, adattarsi a vicenda e trovare la via.

Il mercoledì poi l’è un giorno di baruffa

Io c’ho della ciucca non voglio lavorar


mercoledì arriva che è sera di spettacolo. la valigia sul letto è quella dei viaggi brevi. quella del Vizio, il vizio dell'amore. il teatro è freddo. non vedo l'ora di entrare sul palco, e poi quando ci arrivo, mi pare che tutto finisca troppo presto.

Il giovedì poi l’è festa nazionale

Il governo non permette ch’io vada a lavorar


giovedì che pare di riposo, ma si parte leggeri, verso una piccola avventura, provino per un doppiaggio lo chiamiamo, vedremo dove ci porterà.

Il venerdì poi l’è un giorno di passione

Io che son cattolica non voglio lavorar


venerdì sera pronta la cesta le foglie i lumini, pronte a calarsi nella parte.  donne del mio paese, altro giro, altra parte. altra serata. una croce in più sul calendario.

Il sabato poi l’è l’ultimo giorno

Oi che bel giorno non voglio lavorar


sabato, non si fa in tempo a finire il venerdì, poggiare la guancia sul cuscino che già si è svegli e si parte. caricare il furgone, sperando di non aver lasciato nulla a casa.

piemonte - lombardia.

lombardia. ancora tu?

ma non dovevamo non vederci più?

ancora una volta due partite.

due partite che amo, che mi affatica. ancora una volta Sofia, ancora una volta Rossana. ancora una volta le insicurezze e gli appigli.

e a che mi appiglio poi?

alle assi del palco, che sono ciò che mi regge.

a chi ci segue sempre, e non ci fa sentire il peso.

mi appiglio aqualcosa che puntuale ritorna poi dopo, nel letto, nei sogni. segnali di fumo, che al mattino non ho voglia di interpretare.

Arriva la domenica mi siedo sul portone

Aspetto il mio padrone che mi venga a pagar


domenica arriva ed è giornata di raccolta, si aprono strade, che chissà dove ci potrebbero portare.

domenica di panorami dall'alto.

domenica che non vedi comuqnue l'ora di tonare da basso, perchè al cinema danno due partite, e ci sono solo tre persone con le quali, nel bene e nel male, potresti andarlo a vedere.



pensavo alla fine di questa settimana, che se ci fossi arrivata viva, avrei meritato un premio. temevo di andare in confusione, di essere stressata.

invece alla fine, un solo corpo può contenere un massimo di ansia e di fatica.

e tre spettacoli, non triplicano la dose, anzi, rendono il massimo scisso in tre, diminuendo il carico pro capite ...

e io che alla fine credevo di non capire neppure più chi potessi essere io, finisco col guardarmi nel riflesso della finesta, e, sorpresa, mi ritrovo a farmici capolino, io proprio io; io quella che si riconosce e si piace.

mi sorrido.

intanto, domani, è di nuovo lunedì.

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categorie:
venerdì, 20 febbraio 2009

romanticherie inusuali su questi schermi

ho fatto tanta di quella influenza

che mi sono disidratata a ripetizione


(avessi perso un fottutissimo chilo, ma niente. evidentemente nel mammifero medio di sesso femminile la cellulite serve a sopravvivere in questi frangenti estremi, come le gobbe dei cammelli nella siccità del deserto)

le labbra screpolate hanno fatto la muta tre volte. come serpenti.

Mi son sorpresa a domandarmi se finalmente non fossero pronte per nuovi baci.
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categorie: posologia della vita quotidiana
venerdì, 13 febbraio 2009

aperta parentesi chiusa parentesi

(Accuso la stanchezza.

quella post influenzale, quella della settimana che sta per finire.

la stanchezza del corpo che è rimasto troppo a lungo fermo in casa e quella del corpo che esce poco per volta e tutto lo stanca.

accuso la stanchezza psicologica di un inizio anno che mi pone di fronte alla necessità di propendere per il mutamento, e  mi obbliga a farmi forza perchè dalla crisi io possa ricevere una spinta benefica verso l'opportunità (di cosa non è ancora chiaro).

accuso la stanchezza di una solitudine mentale, perchè gli affini esistono, ma dislocati geograficamente in modo disomogeneo.

accuso la stanchezza della solitudine fisica, ben conscia che intorno a me a parte qualche luminosa eccezione non vi è che poco o nulla.

e mi ritrovo come un cactus nel deserto. per difendermi e sopravvivere ho trasformato le foglie in spine.)
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categorie: pensieri spettinati
mercoledì, 11 febbraio 2009

com'è come non è, pareva non dovesse mai finire la pubblicità della barilla che si stava girando, e invece dopo un pò di prove, dopo un pò di gente che minacciava svenimenti dalla fame, dopo un paio di racconti di favoleggiamenti di cene e di cabaret di torte salate che vagolavano invitanti davanti ai nostri occhi ormai appannati dal desiderio di masticazione e digerimento, ecco che finalmente qualcuno urla

AZIONE

noi facciamo quello che dobbiamo fare

STOP



e bon



finito.



dodici ore di preparazione per girare mezzo minuto di un qualcosa che, probabile, sarà un fotogramma da che so, dieci- quindici secondi, a dirla lunga, in una pubblicità da mezzo minuto.



speriamo almeno in una buona colonna sonora...



sciamiamo via dal set come apine operose, come una moltitudine di formiche impazzite che vorrebbero levarsi tutto di dosso e tornare a casa.

io sono bloccata proprio di fronte ai rimasuigli della cena della troupe.

nonostante la costumista ci lasci intimando minacciosa di nn mangiare nulla, mi avvento con leggerezza sulle torte salate.

date del cibo ad una comparsa affamata e le endorfine scatenate dalla felicità la renderanno un fantoccino al vostro servizio, incondizionato...



il resto è tutto un togliersi roba di dosso,  portare roba che ci si è levati di dosso alle costumiste, rendere le mollette ai parrucchieri (nno per gentilezza, ce le hanno proprio chieste indietro...)



e poi la strada del ritorno che scivola via in uno stat odi sonno profondo.

mi risveglio a casa.

rotolo nel letto.

e mi riaddormento.



ho un cedimento emotivo il giorno dopo, guardando le foto. pettinata così, con quel fiocco in testa che mi avevano messo, non so. mi vengono in mente le foto dele mie nonne.

e penso che le avrebbe divertite vedermi così.




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categorie: teatro
lunedì, 26 gennaio 2009

comparsa. una vita più che precaria. parte seconda.

arrivati dunque alla meta agognata, i nostri eroi si apprestano ad essere smistati.

l'ipotesi della metafora mercantile e delle bestie da allevamento si fa sempre più viva nelle nostre menti.

armati di bagagli e bagagliucci veniamo stipati all'ammasso in fondo ad un corridoio, dove uno dei due o tre aiutoregista dell'aiutoregista del regista fanno una sorta di appello, e ci appicciacano un post it giallo con su scritto un numeretto. io, sono la n°44.

Quarantaquattro gatti,in fila per sei col resto di due,si unirono compatti,in fila per sei col resto di due,coi baffi allineati,in fila per sei col resto di due,le code attorcigliate, in fila per sei col resto di due. Nella cantina di un palazzone tutti i gattini senza  padrone organizzarono una riunione per precisare la situazione.

quando finalmente siamo tutti a posto, veniamo divisi in due blocchi.

quello degli uomini, e quello delle donne.

oddio, adesso ci diranno mica di spogliarci, ci tatueranno e ci porteranno alle camere a gas?

per fortuna ci portano solo in uno degli spogliatoi del centro sportivo.

poi iniziano a chiamare per trucco e parrucco.

gente che viene, fa appelli, si ridivide ulteriormente, ci chiede di stare zitti, gente che va, che ritorna.

parte delle comparse si vviano al trucco e parrucco e tornano poco dopo senza trucco, senza parrucco ma con un cestino di cibo.

aleggia una sorta di battuta: " si sussurra che i cestini siano una cinquantina, e noi siamo un'ottantina, non si sa chi rimarrà senza".

l'innato ottimismo e l'ottundimento ormai prossimo contribuiscono a non far montare l'ansia per la prospettiva di rimanere digiuni.

dopo le prime dieci persone servite a dovere, anche con la possibilità di scegliere fra menù vegetariano, light e corposo, anche noi figli della serva, dal numero quarnta in avanti, veniamo resi partecipi della possibilità di un piatto caldo.

veniamo resi partecipi della possibilità, ma fra quelli della produzione che han già preso quello che dovevano prendere, e le prima comparse che han preso quel che era loro dovuto, quando io arrivo mi devo accontentate di un panino e di un mezzo litro d'acqua. mi allontano curva abbracciando il parco pranzo e dicendo al signore del catering di non preoccuparsi, che in fondo la dieta da galera tutto sommato poteva essere comunque sufficiente per chi come me, si porta appresso sotto derma una certa quantità di adipe di scorta.

finito di mangiare, (fortuna che a mangiare leggero una non si appesantisce, che qui è passato mezzogiorno e non abbiamo ancora concluso nulla, e lavorare con l'abbiocco post prandiale non è il massimo, no) passiamo veramente al trucco. una volta truccata non puoi più nè bere nè mangiare. e io che sono tedesca in questo, me ne frego se le altre si ingollano caffè e cioccolate. io nn bevo e non mangio. e se mi dicono di stare zitta, sto zitta. o comunque cerco di fare meno casino possibile, ecco.

truccata e con la riga nei capelli impostata dalla truccatrice per semplificare la vita alla parrucchiera nella fase successiva.

la ragazza del truco mi dice: bussa alla porta davanti, dì che ti mandiamo noi e

fatti dare la cosa che devi avere in testa.

io busso.

entro.

dico: buongiorno sono la n°44 mi manda la ragazza del trucco per una cosa da mettere in testa.

non faccio in tempo a finire la frase che una specie di erinni mi monta in testa dicendomi che loro prima di un'ora un'ora e mezza non vestono nessuno. oltrepassa il mio cadavere annichilito e va al trucco a sbraitare. dopo di chè ci smistano ulteriormente. da una parte le donne truccate e pettinate,


dall'altra quelle da sistemare tutte, da un'altra parte gli uomini truccati e

dall'altra quelli invece da sistemare.

poi vabbè, le comaprse son come le bestie veramente certe volte, e quindi è tutto un amalgamarsi e fuggire dalle proprie posizioni.

in attesa di venire pettinate inizia la fase di chiamate per i costumi.

gente che viente , altra viene prelevate, altra torna con vestiti.

a quelli più fortunati capitano vestiti troppo stretti per cui cambiano vestito e identità e relativo numeretto di identificazione come i giri delle giostre nelle fiere di paese.

ora ridendo e scherzando, le ore in questo girotondo passano. io son sempre digiuna, assetata, senza costume e sempre spettinata, solo con un becco d'oca in testa a tenere ferma la riga che è dalla parte opposta a quella che faccio io di solito.

le altre intanto vengono un pezzo vestite, un pezzo pettinate, si fanno foto su foto che manco i protagonisti, per dire. c'erano più flash che a cannes.

qualcuna osa anche lamentarsi della scarsa qualità del cibo del pranzo.

io mi limito a lanciare un'occhiata di fuoco e ghiaccio e sibilo di non lamentarsi di aver mangiato da schifo.

no, perchè così pare quasi che noi che abbiam saltato il pranzo siamo quelli fortunati.

intanto, arrivano anche le comparse che hanno già girato al mattino.

bene così oltre a non avere finito la gente che già c'era, si aggiungono un'altra cinquantina di personaggi da vestire, truccare, pettinare.

verso le quatto, iniziamo ad essere prese e portate in fila per il parrucco.

diamo un occhio alla sala trucco per vedere se si libera un posto, e uno alla sala costumi per capire se chiamano il nostro numero.

ad un certo punto mi passa accanto la ragazza che mi ha truccato svariate ore fa e mi fa: oddio ma no, sei ancora qui? vieni.

e mi trascina all'interno della sala trucco parrucco dove mi lascia alle cure dei parrucchieri, i quali a onor del vero mi guardano con le orbite rabbuiate e il bianco venato da capillari arrossati.

Emiliano, il parrucchiere, mi guarda, mi sorride e mi lancia un laconico: e con te cosa dovremmo farci?

io lo guardo e gli dico: anche niente basta che mi teniate qui con voi che siete simpatici e fa caldo.

anche qui, gente che entra e che esce, assistenti che circolano, parrucche che vengono lanciate d t esta in testa, ferri che vengono staccati ed attaccati, litri di lacca che come minimo il buco nell'ozono si è allargato di un chilometro, baffi finti e mastici che non attaccano.

io fiduciosa attendo. sto quasi per passare che il numero 44 viene chiamato a gran voce e io zompetto nella sala dove mi viene affibbiato un vestito taglia 48/50 e mi viene detto che posso tenere i miei caldi e comodi stivali e che mi devo togliere il sottogiacca di cotone. mi chiedo perchè ho dovuto portarmi un borsone di roba che non serve assolutamente nulla, ma la fame, la stanchezza e la folle felicità di potermi quasi considerare preparata nn mi fanno incancrenire ulteriormente sulla suddetta posizione.

entro nello spogliatoio e tutte mi guardano. in effetti manco da più di un'ora e mezza, come minimo ti aspetti di veder entrare il corrispettivo di una Louise Brooks, di una Nancy Carroll, di una Anita Page.

capisco benissimo la delusione di vedermi apparire né più né meno come all'una del pomeriggio, con la medesima molletta a becco d'oca a tenere ferma la frangia.

anche se la molletta stessa pareva decisamente più stanca e triste.

mi cambio, e zompetto, con un livello sempre più blando di energia, in sala parrucco.

e finalmente, qualcuno mi fa accomodare, mi mette la lacca, mi tira i capelli, mi ustiona un pezzo di fronte con il ferro arricciacapelli per le onde, mi infila quintali di mollette e mi implacca con decine di spruzzi di lacca.

un lavoro ineccepibile, non c'è che dire.

questi tre ragazzi da soli si stanno pettinando un centinaio di persone, e nessuno di loro ha ancora dato in escandescenze. ammirevole, nel contesto della giornata.

mentre mi pettinano, mi additano guardando la fotografia di riferimento e scopro che in testa a avrò un fiocco. che culo eh.

fatto sta che ai costumi non mi hanno dato nulla, e al parrucco non mi ficcano nulla in testa. si limitano ad additarmi un paio di volte, e bon, finita lì.

poi la ragazza che mi ha pettinato mi lascia libera di andare, e io trascino le mie stanche membra da operaia degli anni venti nel camerino in cui siamo sempre più numerose ad attendere un gesto, una parola.

e il gesto arriva.

non fosse altro che per fare posto alle altre comparse che evidentemente non sanno più dove mettere, ecco che magicamente veniamo prelevati e portati sul set.

veniamo forniti di un ulteriore cartellino con numero.

e messi in fila.



l'ora del thè è passata, e noi, siamo ancora lì.

e non solo non è ancora finita.


non è neppure ancora iniziata.
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categorie: teatro
domenica, 25 gennaio 2009

comparsa. una vita più che precaria. parte uno.

io capisco la precarietà.

però.

diciamo che a tutto ci potrebbe essere un limite.

sabato mi telefonano per un lavoro di comparsa.

mi dicono che c' la paga sindacale, vestiti e cibo forniti dalla produzione.

ottimo, direi.

non dico quasi mai di si, perché per un motivo o per l'altro queste cose si trasformano sempre in una sorta di odissea fantozziana, ma tant'è. di tanto in tanto se il buonumore offusca il neurone solitario che abita la mia scatola cranica, mi lascio andare anche ad acconsentire.

unico paletto, che altre persone partano da asti con me, che non sono auto munita.

mi si dice che ben due autovetture partiranno dalla mia diletta città natale alla volta di un set ancora non ben precisato.

non faccio in tempo a mettermi sul gusto, che la domenica, cambio di scena: mi dicono che da asti è stata scelta una sola persona, e una che si chiama più o meno come me.

mah, il mio rigore logico mi fa pensare che se una si chiama più o meno come me, non si chiama come me. ergo, con molta probabilità, non sono io.va beh. non importa, sarà per la prossima volta.

il lunedì, nuovo spiraglio, pare ci siano delle sostituzioni, il set è a pavia, la convocazione, alle sette del mattino.

inghiotto la saliva e mi dico, oh cielo, se mi pigliano bene se non mi pigliano, va bene uguale eh, che alzarsi alle quattro per essere là alle sette non è il sogno della mia carriera artistica.

ma poi uno si dice, chi bella vuole apparire un poco deve soffrire, son sempre soldi... e blablabla. mi dicono che un'altra ragazza parte più o meno dalla zona e che posso andare su con lei, e che il set è a pavia o milano.

martedì, mi telefonano per dire che niente, spiacenti, non servo di nuovo più. respiro di sollievo.

mercoledì, si viene a sapere che altre persone verranno su da asti, che io sono ancora in forse e mi faranno sapere, che il set è a pavia.

fra giovedì e venerdì pomeriggio più o meno il ritornello è uguale.

venerdì pomeriggio, finalmente le certezze (si fa per dire).

ci sarò ( e meno male che me lo dite eh,lo spot si gira domani), ho un appuntamento in un posto per ritirare un'altra ragazza e poi lì ci preleverà un altro ragazzo con il quale andremo a milano, dove c'è il set. convocazione per le dieci passate. perfetto, non dovremo svegliarci alle quattro. un barlume di fortuna? non esageriamo con l'ottimismo.

bisogna portarsi maglie girocollo di determinati colori e scarpe che paiano vecchie. ecco, pure la valigia devo fare.

sabato mattina mentre sto andando all'appuntamento, contrordine: dobbiamo fiondarci a pavia. ma siamo in ritardo di almeno ... due ore e mezza?  risposta laconica: ah non importa prima arrivate meglio è.

partiamo alla volta di pavia.

arriviamo a pavia in tempo per firmare l'assunzione, ma troppo tardi per girare.

in compenso dobbiamo ci dirottano immediatamente a milano, sull'altro set. dove dovevamo essere alle dieci, e vero, e saremmo arrivati puntuali, se non ci avessero deviato fin lì...

ma tant'è...

partiamo alla volta di milano, gli altri stanno iniziando a girare e noi guardiamo con un filo di invidia malcelata perchè l'ambientazione anni quaranta era bellina, ma preoccupati dai fiocconi di neve che iniziavano a cadere.

ci mancava solo più la neve, dopotutto.

seguiamo il nostro capogruppo, su un'altra macchina (già solo sulla gerarchia delle comparse si potrebbe fare un post, ma mi rifiuto di inoltrarmi nella materia). dopo qualche chilometro fra le nostre due macchine si insinua un'ambulanza.

ovviamente, perdiamo l'altra macchina. per fortuna abbiamo un navigatore.

per sfortuna il tom tom è chiaramente sotto l'effetto di qualche sostanza stupefacente.

all'imbocco dell'autostrada al casello, l'ambulanza si rompe. il nostro prode guidatore, in una situazione in cui il novanta per cento dei guidatori probabilmente avrebbe tirato giù tutti i santi del paradiso e coniato nuove e colorite bestemmie,è pacificamente sceso dal mezzo e ha spinto l'ambulanza verso lo spiazzo lì vicino.

bene, si riparte alla volta di milano e di questo benedetto centro sportivo.

arriviamo e veniamo incanalati in un corridoio che pare un pò una porta di corsia in cui le mandrie vengono spinte per incanalarle verso il macello...

sono da poco passate le dieci credo, e noi siamo già stanchi.



e non è che l'inizio.
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lunedì, 22 dicembre 2008

Quest'anno inizia a novembre. novembre dell'anno passato. ricordo solo che l'ultimo istante di lucidità ero dietro le quinte. poi mi han fatto la domanda sbagliata; strano, generalmente son le risposte sbagliate a mandarti fuori rotta.

novembre è rotolato via come qualcosa di uncinato allo stomaco, sarà anche passato, ma quanta carne viva si è portato via con sè.

dicembre è definito, nel suo svolgersi puntuale.

poi, gennaio di sogni premonitori , febbraio quando tutto ritorna, o almeno, inizia a dipanarsi una matassa ingarbugliata, del quale ho quanto meno trovato un capo disperso. Marzo ruota di bicicletta che gira ma non si sa bene dove stia portandomi. Aprile di teatro con fatica raggiunto, non lasciato anche se la tentazione c'è stata. Maggio con un barlume di qualcosa. un inizio di riflessione, un'involuzione su se stessi, un rintanarsi nel guscio. il silenzio inizia a farsi strada. e io guardo fuori dalla finestra. e ho pensato, e mi rendevo conto che sentivo la mancanza.

di quelli che popolavano le mie finestre virtuali. che il piccolo mondo moderno che una volta mi confortava si stava trasformando in una sorta di deserto dei tartari. ma si sa, gente che va, gente che viene. luglio si abbatte come scure sull'albero genealogico. gente che va, e basta. agosto passa lieve, ovattato. e tutta l'estate compaiono pensieri sparsi sull'amore, che non cerco, che non trovo, che mi incuriosisce, che non mi spaventa, che comunque non c'è, ma che evidentemente è lì da sottofondo, come una musica onnipresente. agosto che mi mancano le parole, ma non è neppure un male. poi arriva settembre, ed è un'esplosione di emozioni, come a quindici anni, quando le cose si sentivano, e si sentivano tanto, per poche che fossero. ottobre, occasioni da cogliere, come per caso. e poi, riecco novembre. novembre che restituisce improvviso e inaspettato gran parte di quello che ha tolto.

novembre che è tutto viaggiare per recuperare, che è recitare perchè è giusto farlo, che è lavorare perchè finalmente qualcuno ci crede.

Dicembre, tutto Lombardia. dicembre che è Natale così strano. Dicembre che persino Torretta è diventato Roberto alla fine. Dicembre che mi vede un pò in tutti i modi. multisfaccettata, direbbe una persona a me cara.

dicembre che mi coglie ancora a pensare, a chi è scivolato via, e a chi invece c'è sempre.
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categorie: pensieri spettinati
sabato, 20 dicembre 2008

dall'altra parte del Natale.

commessa.

non è Natale se nn fai un pò di lavoro al banco, anche in quest'epoca di crisi.



oggi, in negozio, arriva un normale cliente che vuole fare un regalo e chiede aiuto.

siamo in tre, tutte per lui.



chiediamo ovviamente se ha in mente qualcosa, almeno la taglia...



lui ci guarda.



e con lo sguardo sorvola sulla titolare, sorvola sull'altro aiuto, sorvola su di me.

poi ripete disperato l'operazione.

e con lo sguardo sorvola sulla titolare, sorvola sull'altro aiuto, sorvola su di me.



su di me si sofferma. e la disperazione diventa panico mentre cerca di mimare un qualcosa e chiaramente sta cercando di trovare delle parole per paragonare la figura umana che lui ha in mente con la mia.

senza ferirmi troppo, diciamo.



poi si blocca, e dice: non saprei, forse una 40?



e mi guarda.



io ricambio e seria gli dico: non guardi me, io ad una taglia 40, ci posso fare da custodia.
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categorie: pensieri spettinati
mercoledì, 10 dicembre 2008

l'altra sera, tornavo a casa da milano. e casa coincideva con il paesaggio in neve. Asti poi, era un ammasso di neve nera, marroncina, sporca comunque.

addomesticata.

poi ieri sera, ha ricominciato a nevicare.

fiocchi grandi, lenti. morbidi e asciutti.

e io come una cretina, a testa in sù, a guardare la neve scendere.

a bocca aperta, inseguendola con la punta della lingua, inghiottendo quelle traiettorie.

si stava bene, ieri sera.

solitudine e silenzio.

e buio.

e neve che scende.

una mano, una qualunque, da stringere.

e il pensiero che in fondo amare è solo la necessità di avere qualcuno a cui non dover raccontare qualcosa, perchè quel qualcosa lo ha vissuto insieme a te.

probabilmente fra una tazza di ceramica dipinta a mano e borse di cuoio gialle e collane di feltro colorate ho ritrovato qualcosa che non sapevo fosse ancora lì.

sepolto da qualche inverno a questa parte.

Non so.

è che guardando fuori, non riesco a smettere di domandarmi: ma un cuore di ghiaccio, se si spezza cadendo nella neve, che rumore fa?
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lunedì, 08 dicembre 2008

peggio di essere soli ad un binario in attesa di partire, c'è solo esserci con qualcuno che devi per forza salutare



c'era un piccolo dolore.

un pulsare sotto pelle

lo scambiavo a fasi alterne per il battito del cuore.

gli ho dato qualche nome, un paio di connotati.

volevo poterlo distinguere, riconoscerlo.

l'ho appallottolato a tratti, fatto su come un panno usato troppo, da mettere in valigia. perchè le prime volte ripiegavo come meglio potevo, per far tornare tutto come prima.

poi ho rinunciato. appallottolare, spiegazzare, buttare in valigia come capita capita.

prendere treni, perdere treni. trovarne di alternativi.

per un pò è andata così.

poi all'ultima rotaia, ho detto basta.

ho continuato a prendere treni che mi facevano andare e treni che mi facevano venire, ma non era più la stessa cosa.

perchè a quell'ultimo binario, avevo detto basta.

intanto il grumo si era gonfiato.

aveva smesso di pulsare e non lo sentivo più.

ma mi stava soffocando leggermente.

e nno c'era treno che tenesse. mancava l'aria, e per quanto uno si spostasse, non andava mai molto lontano.

poi un giorno, sei davanti all'ennesimo specchio non tuo e ti guardi.

e il grumo lo ritrovi più piccolo, che pulsa di nuovo, e che ti lascia respirare.

e ricominci a prendere treni, e riesci anche a non perdere le coincidenze.

il grumo pulsa più forte. ma è sempre più piccolo.

alla fine, rimarrà pur solo una vibrazione.

anche sui treni si vibra.

ma ti riportano a casa.
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categorie: pensieri on the road
giovedì, 20 novembre 2008

lombardia, quanto è facile volerti male...

la lombardia, all'arrivo, non la cogli subito appieno. è un digradare che fra le chiacchere del viaggio scivola via senza stupore.

giusto un cartello che ti scrive su piemonte barrato rosso e poi lombardia, se lo vedi, ti fa pensare che hai sconfinato.

sarà anche che il passaggio è verso il tramonto, la luce si sfoca, la nebbia ancora non sale e non scende, è ancora un po' lì, che si fa cullare dalle zolle, ancorata alla terra e all'erba, il buio scivola piano.

e tu non ci fai caso.

anche perchè, fra scansare un lavoro, rallentare all'autovelox, districarsi fra le indicazioni autostradali, il tempo scorre e il paesaggio perde in priorità.

poi invece Milano.

Milano ti investe all'improvviso.

Milano inizia mezz'ora almeno prima di arrivare a Milano per davvero.

a volte forse inizia anche prima, a seconda del vento che porta il fumo grigio e denso di ciminiere.



Lombardia, com'è facile volerti male

di sorrisi non ne fai e ti piace maltrattare

ma noi siamo i figli storti, nati dentro un'osteria

e riusciamo a respirare, pur essendo in Lombardia.



e poi è tutto più veloce.

il tempo, proprio, scorre diverso.

lo vedi persino che si agglomera intorno ai finestrini e scivola con la pioggia, si condensa.

la gente pensa più veloce.

magari non arriva da nessuna parte, ma non ci arriva più velocemente di altrove.



ed è tutto luce di neon e insegne

e finestre

dentro ci intuisci la vita degli uffici come acquari



e la sera, dopo, quando esci, è già freddo, ché a Milano tutto arriva prima, non solo la moda.



Abbiam fatto la scommessa di una vita rattoppata

come quando giochi il due nella briscola chiamata

non ci provoca vergogna la volgarità o il baccano

perchè anche l'occhio pesto può vedere assai lontano



Quindi non ci biasimare se non siamo riverenti

é difficile parlare con in bocca il paradenti

Se non puoi volerci bene facci almeno compagnia

Tanto sai dove trovarci.buonanotte Lombardia



Lombardia mercanti di liquore
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categorie: pensieri on the road
lunedì, 10 novembre 2008

la ruota della fortuna

è un periodo strano.



uno di quei periodi in cui le cose accadono ed è come il movimento di un ingranaggio per lo più sconosciuto, in cui gli equilibri non riesci per forza di cose a valutarli, ti pare che tutto si stia inequivocabilmente dirigendo alla rovina e invece si sta ricomponendo e tutti i pezzi girano per tornare al loro posto.



poi ultimamente dove vado, vado e mi porto a casa un souvenir.



a volte i souvenir addirittura vengono direttamente da me, ma questa è un'altra storia...



non volevo sfilare al palio, e non solo ho trovato un gruppo speciale, ma ho anche scoperto una passione nuova.



non sapevo più dove far andare la matita, e per caso ho trovato non uno, ma tre progetti di pubblicazione. uno da iniziare e proporre, uno che si spera presto dovrà concretizzarsi, e un terzo che ha già visto la luce, e che attendo di rigirarmi tra le mani...



non volevo andare ad una cena, e ne è uscita una collaborazione in radio...



siamo andate a Roccastrada per un Concorso e ci portiamo a casa il premio miglior attrice.



e queste davvero son soddisfazioni eh.




beh oddio, in tutto questo ben di dio da canale monterano non ho portato a casa nulla di specifico, se non l'idea che le terme solforose in qualche modo influenzino il testosterone, e un foglietto che uno dei partecipanti al mistery game mi ha laconicamente lasciato scivolare in mano, dicendomi in tono suadente, silvia, tu pensaci, con su scritto il suo numero di stanza...



se qualcuno si sta chiedendo come sia andata a finire, posso solo dire che l'unica cosa a cui ho pensato quella notte è stato barricarmi in stanza e dormire....;-)
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martedì, 04 novembre 2008

Come stai?




Sto così, sto.
pensato e trascritto  da: pensieridicarta alle ore 19:05 | link |in line commenti (12) pop up commenti (12)
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